Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum

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updated 5:13 PM CET, Nov 30, 2020

fr. Janusz Kaźmierczak OFMCap

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La figura di San Francesco

nelle attuali Costituzioni cappuccine del 2012

di fra Janusz Kaźmierczak OFMCap

Tema 1°: Punti di partenza

All’inizio del nostro discorso ci siano permesse alcune note preliminari riguardo ai fattori determinanti della legislazione francescana, al rapporto tra la Regola e le costituzioni in genere e ai tratti specifici delle Costituzioni cappuccine, e inoltre un breve cenno metodologico.

Fattori determinanti

Ci si delineano almeno sette qualifiche rilevanti che puntualizzano alcuni lineamenti peculiari e decisivi della legislazione francescana, derivanti direttamente dalle intenzioni espresse da San Francesco stesso:

1° il Vangelo dovrebbe essere il paradigma effettivo della norma di vita di una fraternità francescana (cf. Test 14-15), e non solo un abbellimento retorico o nemmeno un formale punto di partenza per stabilire le norme;

2° qualsiasi norma di vita francescana deve effettivamente rispecchiare lo spirito della Parola Divina (cf. Adm 7);

3° la chiave pratica per stabilire le norme legislative dovrebbe essere l’intenzione del Santo di seguire Gesù Cristo in tutto (cf. Adm 6); cioè la stessa chiave deve segnare ugualmente la vita di preghiera, la pratica di ognuna delle tre beatitudini professate, la vita fraterna e l’apostolato, con un forte rilievo dato alla povertà in spirito quale garante della libertà interiore (cf. Adm 14);

4° secondo San Francesco qualsiasi prescrizione riferita al rapporto con Dio deve prendere come punto di partenza la realtà della preghiera di cuore, specie in adorazione, lode e ringraziamento (cf. RnB 21), e sempre nella piena comunione con la Chiesa (cf. RB 1; RnB 23);

5° il criterio dinamico per stabilire le normative riguardo ai rapporti all’interno della fraternità deve essere il principio di servirsi vicendevolmente (cf. Adm 4; Adm 19);

6° in tutte le prescrizioni il lavoro deve essere presentato come cruciale mezzo di sostentamento e di apostolato, a ragione di onestà nei confronti della povertà professata (cf. RnB 7; RB 5; Test 20-21);

7° tutte le norme riferite all’apostolato devono esplicitamente seguire l’intuizione di San Francesco di dover fondare qualsiasi apostolato da minori sulla testimonianza di vita dei frati, così che essa diventi il punto chiave delle loro opere di evangelizzazione (cf. RnB 11; RnB 14; RnB 16).

• Riassumendo. Le disposizioni della norma stabilita nel contesto francescano devono specificare con chiarezza e inoltre dare delle indicazioni concrete per quanto viere il Vangelo secondo il carisma proprio, poiché non basta che ne facciano soltanto una narrazione devota.

La Regola e le costituzioni

Il fatto di aver una legislazione propria e specifica in un istituto religioso oggi sembra una cosa ovvia e scontata, tanto più perché richiesta dalla Chiesa. Però nel contesto del francescanesimo l'esistenza di un apparato legislativo al di fuori della Regola bollata potrebbe suscitare delle perplessità circa la sua corrispondenza con le intenzioni di Francesco. Il Santo non prevedeva, come sembra dai suoi Scritti, nessun'altra normativa oltre a quella della Regola:

1° Test 35: “E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi per obbedienza siano tenuti a non aggiungere e a non togliere niente a queste parole”;

2° Test 34: “E non stiano a dire i frati che questa è un'altra Regola”;

3° Test 38; 39: “E a tutti i miei frati […] comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola e in queste parole. […] Cercate di comprenderle con semplicità e senza commento e di osservarle con sante opere sino alla fine”.

Francesco era preoccupato della non controllata moltiplicazione delle norme aggiuntive. Qui troviamo un riflesso della sua personalità: poche parole, chiare e semplici norme di vita per concentrarsi totalmente sulla dimensione dello spirito, del carisma, della vocazione e della missione nella Chiesa (cf. Test 14-15).

La fraternità, cresciuta in numero e diffusa geograficamente, comincia però a sentire bisogno di norme più particolari. Tra i frati c'è una corrente che rivendica una nuova regola di taglio monastico, ma Francesco resiste (cf. LegPer 114). Per lui qualsiasi cosa troppo elaborata e sviluppata si oppone all'evangelico aspetto di semplicità e purezza.

Come giustificare quindi l'adeguatezza francescana delle norme costituzionali? Tommaso da Eccleston ci dà degli interessanti argomenti (cf. L'insediamento dei frati minori in Inghilterra 27). Come ne risulta Francesco ammetteva dunque la possibilità delle costituzioni o statuti come norme complementari alla Regola, se lo richiedeva la situazione rispettando sempre la brevità e semplicità di parola.

La Regola nasceva da un raduno capitolare all’altro. Francesco non la intendeva intangibile come un feticcio e lui stesso era pronto aggiungere delle cose utili anche dopo la sua approvazione (cf. 2 Cel 193), come solitamente faceva durante ogni capitolo.

La sua preoccupazione di fondo fu quella dell’accrescimento delle norme inutili che poteva facilmente portare all'inclinazione verso una mentalità legalistica invece di quella desiderata da Francesco, cioè fondata sulla libertà di spirito caratteristica ai figli di Dio. La sua riservatezza al riguardo fu ben fondata, ciò si è potuto verificare subito dopo la sua partenza per l'Egitto (cf. Giordano da Giano, Cronaca 11-13). Al ritorno il Santo riportò tutto allo stato originale, ma il pericolo rimase.

• Concludendo questo tema si potrebbe dire che la Regola di San Francesco ammette le concretizzazioni in rapporto al mutamento di tempi e luoghi. L’unica cosa importante è di assicurare che le norme particolari – costituzioni, statuti o altro che sia – spuntino dalla radice carismatica della Regola, cioè dalla fedeltà alla sequela di Cristo vivente nel Vangelo, e quindi servano unicamente allo scopo di far osservare con più dedizione la Regola stessa, i consigli evangelici e tutta la legge divina. Le leggi stabilite devono sempre aver il carattere ausiliare rispetto alla Regola, e questa è l’unica giustificazione francescanamente valida per stabilire le norme costituzionali.

Lo specifico delle Costituzioni cappuccine

L'insegnamento e l'esempio di San Francesco fa vedere un delicato equilibrio mantenuto nel rapporto tra la forte ispirazione carismatica e il realismo di vita. Francesco ha notato che il fervido amore di Dio e il desiderio della fedeltà alla propria vocazione per introdurli nella quotidianità hanno bisogno di certe norme stabilite, almeno fondamentali. Quest'affermazione non vuol dire che ci fosse la legge a creare un devoto religioso. L'uomo religioso nasce sempre dalla vita concreta della persona segnata dalle scelte carismatiche di fedeltà al Vangelo, e tuttavia, per rafforzare la dedizione alle scelte compiute, un religioso ha bisogno di alcuni punti di riferimento chiari e fissi.

Le Costituzioni cappuccine, quelle storiche e queste attuali, rappresentano la visione di Francesco riguardo alle relazioni tra la legge e la vita carismatica o meno? Quale sarebbe, se esistesse, il loro specifico approccio a questo riguardo?

La Regola e le Costituzioni costituiscono un corpo legislativo. La filosofia della legge s'interroga sulla questione di efficacia di una norma, cioè in pratica si chiede come creare una legge “agente” che attrae alla sua osservanza.

Ci sono vari fattori che fanno la legge affidabile e le danno un impulso interiore che porta alla vivacità della norma. In generale si distingue tre livelli di motivazione che stimolano l’osservanza e la funzionalità una norma giuridica:

1° la motivazione tramite l'affermazione categorica, d'autorità: “Avete inteso che fu detto agli antichi […]. Ma io vi dico […]” (cf. Mt 5,21-22);

2° la motivazione tramite l’argomentazione pragmatica: “Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice” (cf. Mt 5,25);

3° la motivazione tramite la stimolazione ai valori: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (cf. Mt 5,11).

Quale o quali tra tali motivazioni troviamo nella legislazione cappuccina? Sin dagli Statuti di Albacina (1529) gli atti legislativi dei cappuccini prendono le distanze nei confronti delle affermazioni autoritarie, anche se questi primi Statuti accentuano l’osservanza regolare per creare le buone abitudini: “Item ordiniamo che l'orazione si faccia […]” (cf. OrdAlb 8 in I cappuccini I, 173); “Si è etiam ordinato che nel tempo de le carestie, per subvenire alli bisogni de’ poveri, si facci le cerche da’ frati” (cf. C 1536, 3 in I cappuccini I, 272). In generale però le normative cappuccine puntano sull'agire dei frati secondo la libertà di spirito.

Gli osservatori esterni con evidenza notavano nei primi cappuccini questa libertà di spirito, anche se non sempre la vedevano con rispetto: “Paiono luterani, perché predicano la libertà del spirito”. […] “Circa al primo se responde che, si san Francesco fu eretico, li soi imitatori son luterani” (cf. Vittoria Colonna 1 in I cappuccini II, 2020-2031).

Si potrebbe affermare che generalmente le Costituzioni cappuccine, dalle prime alle attuali, sono categoriche quando bisogna garantire la fedeltà agli aspetti essenziali per la vita della fraternità, anche se storicamente questa regolarità nelle sue proporzioni pratiche subiva diverse variazioni, in più o in meno. Tuttavia in linea di massima si cercava sempre di stimolare le motivazioni dei frati riferendosi ai valori carismatici della vita scelta e professata liberamente, incoraggiando in questo modo la loro fedeltà. Le Costituzioni attuali del 2012 sono un esempio eminente di questa pratica. Esse affermano:

1° l'impossibilità di prevedere e codificare tutte le situazioni della vita reale (cf. C 2012: 187,1);

2° la possibilità di imporre un ordine sotto peccato solo in extremis (cf. C 2012: 162,3);

3° la finalità definitiva delle Costituzioni come mezzo sicuro per vivere pienamente la nostra consacrazione religiosa (cf. C 2012: 9,2-3).

Le Costituzioni si riferiscono alla legge suprema rispetto ad ogni norma stabilita degli uomini, cioè alla legge dello Spirito espressa nel Vangelo che conduce alla perfezione di vita nella santità. In questo senso, rimanendo un codice di norme sono innanzitutto una guida spirituale di come osservare la legge in funzione della fedeltà al Vangelo.

San Francesco usava parlare piuttosto della vita o del modo di vivere invece della Regola (cf. RnB 24,1). Secondo la sua mente e la sua sensibilità la vocazione carismatica dei frati deve essere riferita innanzitutto alla vita da vivere e non tanto alla norma da osservare perché non è la legge a plasmare la vita, ma la vita stessa costituisce una realtà sostanziale che, secondo la necessità, richiama la legge per svolgere un servizio utile nei confronti dei frati e della fraternità.

• Ricapitolando. Quello ch'è specifico nelle Costituzioni cappuccine attuali dal punto di vista normativo consiste nel fatto di riprendere pienamente il primitivo modo francescano di concepire la legge come una realtà sottomessa all'ideale di vita, seguendo la pratica del Santo d’Assisi. L'ideale carismatico di vita costituisce un’unica giustificazione della norma legislativa. È proprio esso a dare alla legge il senso e la forza vitale.

Cenno metodologico

Ora, occorre qui un breve chiarimento metodologico. La vastità del materiale esigeva una netta chiave di interpretazione della persona di Francesco nel nostro documento costitutivo. Si è scelto, come linee-guida, i valori evangelici rappresentati da San Francesco, specificamente quelli puntualizzati dalle Costituzioni primitive del 1536, che risultano peculiari e significativi per i primi cappuccini. Ma senz'altro una tale indagine potrebbe utilizzare molteplici diverse angolature tenendo conto della ricchezza umana e spirituale della persona del Santo, difficilmente contenibile nelle strutture metodologiche. Vi troviamo una certa limitazione.

Tema 2°: San Francesco e Cristo

Le attuali Costituzioni cappuccine colgono tutta la ricca tradizione dell'Ordine serafico in genere, e quella cappuccina in specie, e in egual modo rispondono alle esigenze dei tempi nuovi, secondo l'intenzione della Chiesa espressa nei documenti conciliari e postconciliari. Con questo intreccio di dati, vogliamo ora vedere quale immagine di San Francesco risulti dal testo delle Costituzioni del 2012. Un'immagine che dovrebbe rispecchiare il modo di concepire il Santo dai cappuccini di oggi, e indicare le loro scelte preferenziali fatte per essere più fedeli al suo ideale di vita evangelica.

Il Vangelo di per sé è il criterio supremo per ogni cristiano, e tanto più per ogni uomo consacrato a Dio. Quello che specifica diverse forme di vita cristiana è la modalità di introdurlo nella vita. San Francesco, come fondatore, si distingue per aver scelto come programma di vita la radicale fedeltà allo spirito e alla lettera del Vangelo per trarne direttamente l'intimo senso della propria vita personale e di quella con i frati. Cioè egli non si riferisce a nessun sistema filosofico-etico o teologico-morale costruito sulla base della Buona Novella, ma cerca di accogliere la Parola stessa che è Gesù Cristo.

Le Costituzioni nostre dicono: “San Francesco, fondatore della nostra Fraternità, fin dall’inizio della sua conversione accolse il Vangelo e ne fece la ragione della sua vita e della sua azione” (C 2012: 1,3), perciò si esorta i frati a seguire il Vangelo come legge suprema in tutte le circostanze della vita, leggendolo assiduamente e meditandolo nel cuore (cf. C 2012: 1,5).

Il testo costituzionale del 2012, riferendosi alla vocazione di San Francesco, presenta il Vangelo non sotto l'angolatura di un insegnamento astratto, ma piuttosto lo vede come luogo d'incontro con Gesù Cristo. Il Santo trova nelle parole del messaggio evangelico il Signore stesso, e non gli interessa tanto una sterile dottrina evangelica, quanto la modalità di conformarsi a lui. Là scopre le orme del Signore, povero e umile, e le segue in letizia rinunciando a tutto per poter amare Dio sopra ogni cosa (cf. EpOrd 50-52). I cappuccini accolgono la sequela di Cristo come un grande patrimonio spirituale di San Francesco. Lo vogliono coltivare diligentemente, con la parola e con le opere, per essere veri figli del loro fondatore e per far partecipi della sua ricchezza spirituale tutti gli uomini.

Il Vangelo, concepito così, segna anche l'inizio effettivo della fraternità francescana. Le Costituzioni ricordano che Francesco, dopo aver ascoltato il Vangelo sulla missione dei discepoli, sotto l'ispirazione dello Spirito raduna attorno a sé il gruppo di seguaci per condividere la propria esperienza con i primi compagni insegnando loro come vivere in modo simile. I cappuccini vogliono seguire le indicazioni del Santo riconoscendo il Vangelo in tutte le circostanze della vita come legge suprema e parola di salvezza da meditare nel cuore ed incarnare sulle strade del quotidiano, come fece la Beata Vergine Maria (cf. C 2012: 1,5).

Le Costituzioni affermano: “Francesco, autentico discepolo di Cristo e sublime modello di vita cristiana, insegnò ai suoi frati a seguire in letizia le orme di Cristo povero, umile e crocifisso per essere guidati da lui nello Spirito Santo al Padre” (C 2012: 2,1). L'intenzione dei cappuccini non è di realizzare l’una o l'altra virtù, di dedicarsi a questa o ad un'altra attività, ma di conformarsi interamente al Cristo Signore seguendo con tutto il realismo la sua vita conosciuta dal Vangelo, grazie all'assistenza dello Spirito, per unirsi al Dio Padre. Nella frase citata sopra troviamo un bel riflesso della formula trinitaria di San Francesco (cf. EpOrd 50-52) che arricchisce il cristocentrismo delle nuove Costituzioni cogliendo tutta la pienezza della Rivelazione.

Il frate cappuccino, imitando San Francesco che contempla in Gesù la via di abbandono, la kenosis, dovrà seguire il Signore innanzitutto nel mistero del suo annientamento dell'incarnazione, della passione e della morte in croce, per poter realmente partecipare al mistero pasquale, “per pregustare la gloria della sua risurrezione, nell’attesa che egli ritorni” (C 2012: 2,2). È questo il Cristo da seguire in letizia.

Le Costituzioni considerano Francesco non solo fondatore e legislatore ma pure e decisamente un modello da imitare quando dicono: “Per acquisire la forma del vero discepolo di Gesù Cristo, che in modo così mirabile si manifestò in san Francesco, impegniamoci a imitarlo, o meglio, a seguire Cristo in lui” (C 2012: 3,2). Questa imitazione non è un esercizio ascetico a sé, ma una strada verso la santità evangelica sulla quale il cappuccino, fissato una volta lo sguardo in Cristo Gesù, incontra San Francesco che lo precede indicando come indirizzare i passi, dato che egli ha già seguito le orme del Crocifisso, non a parole, non de iure, ma soprattutto nella realtà della propria vita. Da qui deriva la generosità nel vivere i consigli evangelici, particolarmente quelli professati, “cioè l’obbedienza caritativa, la povertà che per noi è particolare via di salvezza e la castità consacrata a Dio” (C 2012: 2,3). Essi, se vissuti con dedizione e impegno, esigono un sacrificio reale, sono una croce che pesa ma è ugualmente un giogo leggero (cf. Mt 11,30).

Francesco per aiutare i suoi fratelli nel difficile compito di conformarsi totalmente a Cristo scrisse la Regola. Secondo le Costituzioni: “La Regola di san Francesco, che sgorga dal Vangelo, ci spinge a vivere la vita evangelica” (C 2012: 7,1). Qui si richiama l'antico parallelismo, sempre presente nella fondamentale legislazione cappuccina, che unisce intimamente il Vangelo con la Regola e la persona di Cristo con la persona di San Francesco (cf. C 1536, 2.6 in I cappuccini 152.156). Il legame tra queste due realtà e due persone stabilisce la strada sicura per i frati cappuccini.

San Francesco voleva che i suoi compagni osservassero la Regola santamente e semplicemente, senza glosse e commenti (cf. Test 34). Le Costituzioni lo affermano consigliando di riferirsi allo spirito, alle intenzioni evangeliche del Santo e agli esempi di santità dei primi cappuccini (cf. C 2012: 7,2). Il discernimento del vero significato della Regola può effettuarsi solo tramite la persona dell'autore. I predecessori nella vita cappuccina indicano come si deve osservare la Regola con il ritorno alla vita e Regola di San Francesco, mediante la conversione del cuore, ciò costituisce il nucleo della primitiva ispirazione della riforma cappuccina (cf. C 2012: 5,2).

Il Testamento dettato dal serafico Padre, ornato dalle sacre stimmate e pieno dello Spirito Santo, nella prossimità della morte, esprime vivamente il suo desiderio di contribuire alla salvezza dei frati. Questa è la sua finalità più intima. L'ultima volontà di Francesco giova per sempre meglio osservare, secondo le indicazioni della Chiesa, la Regola promessa in sequela di Cristo (cf. C 2012: 8,1.3). Perciò il documento viene ritenuto dalle Costituzioni una preziosa eredità dello spirito di Francesco. Esse lo confermano come prima esposizione spirituale della Regola e riconoscono la sua preminente ispirazione per la vita cappuccina. Cercano in questo modo di accoglierlo nell'ambito della legislazione dell'Ordine seguendo l’intenzione del Santo (cf. C 2012: 8,2.4).

Le Costituzioni stesse non sono altro che stimolo ed aiuto per osservare, con maggior impegno e perfezione, l'esempio e la Regola del Santo nelle mutate condizioni di vita. Così concepite e praticate diventano un mezzo sicuro per vivere pienamente la propria consacrazione da cappuccini, cioè nel continuo sforzo di conformarsi a Cristo imitando l'esempio di Francesco (cf. C 2012: 9,1-2).

Vi troviamo un bel richiamo alla genuina tradizione dell'Ordine, radicata nell'atteggiamento caratteristico di San Francesco riguardo all'osservanza della lettera di una legislazione positiva, quando si esorta: “Osserviamo queste Costituzioni, alle quali siamo obbligati in forza della nostra professione religiosa, non da servi ma come figli, aspirando ardentemente ad amare Dio sopra ogni cosa, prestando ascolto alla voce dello Spirito Santo che ci istruisce, impegnati per la gloria di Dio e per la salvezza del prossimo” (C 2012: 7,3). La scelta di seguire Francesco per conformarsi a Cristo, sotto la guida dello Spirito, rimane sempre un atto personale, aperto e libero.

Affinché questo possa realmente avvenire, “dedichiamoci con amore allo studio personale e comunitario della Regola, del Testamento e delle Costituzioni per assimilarne lo spirito” (C 2012: 9,4) In tal modo, le decisioni fatte dai frati e dalle fraternità saranno sempre più vicine alla mente del fondatore. Questo sforzo di fedeltà viene affidato dalle Costituzioni a Maria, Madre di Dio e Madre nostra – vista pure nel contesto trinitario quale “figlia e serva del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo, fatta Chiesa” – poiché ella è “partecipe della povertà e della passione del Figlio suo, e, come testimonia l’esperienza, via per raggiungere lo spirito di Cristo povero e crocifisso” (C 2012: 52,6).

• Riassumendo. San Francesco, richiamato frequentemente dalle Costituzioni 2012, indica ai frati le modalità della sequela di Cristo. Innanzitutto la preminente importanza data nelle prescrizioni pratiche delle Costituzioni attuali alla legge dello Spirito, come si nota già in quelle del 1536, mostra una sensibilità attinta a Francesco. La qualità dell’imitazione del Signore, da realizzare da un cappuccino, è ancorata nell'insegnamento e negli atteggiamenti del Santo animato dallo Spirito. Da parte di un frate ogni suo atto, anche il più piccolo, dovrebbe essere realizzato secondo lo spirito del Vangelo per immedesimarsi a Cristo. La piena conformità con il Signore Gesù, sull'esempio di San Francesco, rimane il nucleo spirituale e la trama delle Costituzioni attuali.

Tema 3°: Orazione cappuccina

La finalità dell'orazione cristiana, secondo le Costituzioni cappuccine, si compie quando, rispondendo a Dio che ci parla, noi troviamo la pienezza in quanto ci liberiamo dall'amore proprio e in comunione con Dio e con gli uomini veniamo trasformati in Cristo Uomo-Dio, perché lui stesso è la vita, orazione e azione nostra. Il vero colloquio con il Padre avviene solo quando viviamo Cristo e preghiamo nel suo Spirito che grida nel nostro cuore: Abbà, Padre (cf. C 2012: 45,3-5).

Francesco d'Assisi attingeva le forze spirituali, per la sequela del Signore, dal profondo contatto quotidiano con lui, perciò i cappuccini, consacrati al servizio di Dio con la professione dei consigli evangelici, dovrebbero sforzarsi, in libertà di spirito, di vivere fedelmente e costantemente la vita di orazione (cf. C 2012: 45,6).

Le Costituzioni esortano i frati a coltivare con massima cura lo spirito della santa orazione, al quale tutte le altre cose temporali devono servire, così da diventare veri seguaci di San Francesco, che sembrava non uno che pregasse, ma lui stesso fatto preghiera. Perciò non basta solo stabilire i tempi di preghiera e osservarli, ma bisogna creare uno stato di preghiera, perché sia lo Spirito Santo a spingere ogni frate ad intraprendere gli impegni esterni, per annunciare la salvezza agli uomini (cf. C 2012: 45,7).

L'espressione “tutte le altre cose” è tanto ampia nella sua generosità che può facilmente diventare un bell'eufemismo che non dice nulla. Perciò le Costituzioni incoraggiano i frati affinché la loro preghiera non evada fuori dalla realtà, ma, sull'esempio di san Francesco che vide il Signore nel lebbroso, si incarni sempre più nelle condizioni di vita, negli eventi della storia, nella religiosità del popolo e nella particolare cultura delle regioni (cf. C 2012: 50,3-4).

Questo esempio del fondatore stimola i cappuccini a vivere l'orazione come espressione caratteristica della loro vocazione di frati minori. La preghiera diventa “da frati” quando, amandoci a vicenda, ci riuniamo nel nome di Cristo, in modo che il Signore sia veramente in mezzo a noi; “da minori”, invece, quando viviamo con Cristo povero e umile, offrendo al Padre il grido dei poveri e condividendo effettivamente la loro condizione di vita (cf. C 2012: 46,1-3). Le due caratteristiche, rilevate dalle Costituzioni, sono intimamente complementari per una preghiera cappuccina incarnata nelle situazioni concrete di vita, perché se l'orazione è autentica ci dona sempre Dio e ci fa donare agli altri.

San Francesco era molto consapevole che, se una ricerca di Dio non portasse alla comunione con i fratelli, non sarebbe possibile neppure un vero incontro con lui. E viceversa, quanto più intimo è stato il colloquio con il Padre, tanto più autentica sarà l'apertura verso il prossimo. “In tal modo, l'orazione e l'azione, ispirate dall'unico e medesimo Spirito del Signore, anziché opporsi tra loro, si completano a vicenda” (C 2012: 46,5).

I cappuccini sono invitati a desiderare sopra di tutto lo Spirito del Signore, e la sua santa operazione, e a pregare sempre Dio con cuore puro, in questo modo portando a tutti la testimonianza di un'autentica orazione, così che vedano nel loro atteggiamento caritatevole, e nella vita delle fraternità, la bontà e la benignità di Dio presente nel mondo (cf. C 2012: 45,8).

La dinamica spirituale della persona di Francesco, docile all'agire della grazia, deve plasmare la preghiera dei cappuccini nell'effusione libera e spontanea delle ispirazioni divine. Questa preghiera, come l'ha vissuta Francesco, porta alla contemplazione mediante l'amore che unisce perfettamente a Dio, a costo della rinuncia al proprio ego. Perciò, le Costituzioni affermano: "L'orazione francescana è affettiva, cioè orazione del cuore, perché ci porta ad un'intima esperienza di Dio" (C 2012: 46,6). Da tale esperienza contemplativa senza alcuna tecnica particolare ma semplicemente con il cuore aperto alle ispirazioni dello Spirito Santo, sorgerà dal cuore di ogni frate la gratitudine, l'ammirazione e l'adorazione.

La preghiera di Francesco abitualmente era lode e ringraziamento perché lui sapeva che l'iniziativa del dialogo nella preghiera parte dallo Spirito ed è dono gratuito di lui. Ogni cappuccino è invitato a seguire questa attitudine del Santo, cioè adorare e lodare Iddio con gratitudine e con lo slancio sincero del cuore, vissuto in semplicità, confidenza e abbandono.

San Francesco voleva che tutta la vita della fraternità fosse plasmata dal mistero dell'Eucarestia e dall'Ufficio divino, perciò le Costituzioni esortano i frati a celebrare ambedue le Liturgie con somma venerazione e preparazione pratica (cf. C 2012: 47,2-3).

Lo spezzare del pane eucaristico è la causa principale e il segno della comunione con Cristo e tra i fratelli, come pure l'espressione della lode divina. Per renderlo più evidente nelle nostre fraternità si celebri ogni giorno una Messa della comunità, il che richiama in qualche modo la volontà dello stesso Francesco. I frati, seguendo l'esempio del serafico Padre, devono venerare, in modo tutto particolare, Gesù di continuo presente nell'Eucarestia, perché egli stesso è il centro vivo della fraternità (cf. C 2012: 48,2-4).

Un altro momento privilegiato per associarsi alla lode, supplica e ringraziamento della Chiesa è la Liturgia delle Ore. Perciò ogni fraternità cappuccina dovrebbe riunirsi ogni giorno nel nome di Cristo per rendere grazie a Dio facendo memoria dei misteri della salvezza con la Liturgia delle Ore, come sin dall'inizio praticava San Francesco con i primi compagni. Quando questo non può essere fatto integralmente, si celebrino in comune almeno le Lodi e i Vespri (cf. C 2012: 49,3).

È interessante notare la raccomandazione di farlo ovunque siano o si trovino, cioè senza legare l'Ufficio al coro conventuale, ma rendendolo un'espressione forte della fraternità viva. Per lo stesso motivo è importante che i frati impediti nel pregare insieme si ricordino di unirsi spiritualmente a tutta la Chiesa e, particolarmente, ai fratelli nella recita privata della Liturgia delle Ore. Con la stessa profonda intenzione preghino quelli che dicono l'Ufficio dei Pater noster, secondo la Regola. Le Costituzioni consigliano anche di celebrare la Liturgia delle Ore con i fedeli, secondo le circostanze dei luoghi. La prescrizione deriva direttamente dallo spirito della riforma liturgica del Vaticano II, ma ugualmente richiama l'attitudine di Francesco e i suoi primi compagni, i quali pregavano volentieri nelle chiese (cf. C 2012: 49,4.6).

Il santo amava lodare il Signore continuamente, perciò anche l'orario della fraternità cappuccina deve essere programmato in tal modo che l'intero arco della giornata, con tutte le attività interne ed esterne, sia consacrato alla lode di Dio, come viene indicato dall'esempio dei primi cappuccini (cf. C 2012: 49,5).

Lo spirito contemplativo, che risplende nella vita di San Francesco e degli antichi cappuccini, sollecita i frati a dare un più ampio spazio a favore dell'orazione mentale. Le Costituzioni si riferiscono all'intima esperienza di Francesco quando riportano la classica espressione, presente già nella legislazione cappuccina sin dal 1536, attestando: “L’orazione mentale è la maestra spirituale dei frati, i quali, se sono veri e spirituali frati minori, incessantemente pregano quanto più interiormente” (C 2012: 54,2). Questa preghiera, se autentica, unisce intimamente a Cristo e fa crescere l'efficacia della liturgia nella vita spirituale.

La descrizione della preghiera cappuccina, nella frase che segue, rievoca di nuovo le Costituzioni del 1536 affermando che: “Pregare, infatti, non è altro che parlare a Dio con il cuore, e, in realtà, non prega chi parla a Dio soltanto con la bocca” (C 2012: 54,2). L'imitazione di Cristo suppone, per un frate minore, di voler adorare il Padre celeste in spirito e verità, tramite un atto di culto interiore, per poter acquistare la conoscenza di lui mediante la fede e l'amore. In questo modo si può aderire perfettamente alla persona del Signore. L'orazione mentale del cappuccino, così concepita nelle Costituzioni, è in esatta corrispondenza con il metodo affettivo praticato da San Francesco.

Il documento conferma che lo spirito della preghiera interiore fu, sin dall'inizio, un carisma della fraternità dei cappuccini e, come la storia lo testimonia, il germe del genuino rinnovamento. Perciò “il primato dello spirito e della vita di preghiera sia assolutamente attuato sia dalle fraternità sia dai singoli frati, dovunque si trovino, come è richiesto dalle parole e dall’esempio di san Francesco e dall’autentica tradizione cappuccina” (C 2012: 56,1). Con il primato, chiaramente, non si intende la rinuncia a qualsiasi altra attività oltre la preghiera. Esso significa una scelta preferenziale da realizzare quotidianamente da ogni fraternità e da ogni singolo frate, affinché realmente tutta la loro vita sia colma dello Spirito del Signore.

Le Costituzioni quando parlano del lavoro dei frati, riferendosi all'espressa intenzione di San Francesco, li incoraggiano decisamente: “Guardiamoci dal fissare nel lavoro il fine supremo o dal porre in esso un affetto disordinato, affinché non si spenga in noi lo spirito di orazione e di devozione, al quale tutte le altre cose devono servire” ( C 2012: 80,1). Solo dalla pienezza di spirito sorgerà l'efficacia delle parole e delle opere, sperimentata da San Francesco.

In seguito viene ribadita la massima importanza del bisogno di pregare personalmente. Ciò comporta, quindi, per i veri figli del Poverello non solo l'obbligo di pregare per esigenza di vita comune, ma prima di tutto il personale bisogno di dedicare un certo spazio di tempo esclusivamente al Signore. E per questo “ogni frate, dovunque si trovi, si procuri ogni giorno il tempo sufficiente per l’orazione mentale, per esempio un’ora intera” (C 2012: 55,2). Il dovere di pregare, che nelle stesure precedenti veniva riferito piuttosto all'orario conventuale, nelle Costituzioni attuali diventa un precetto personale secondo cui ognuno dovrebbe voler fare la sua scelta quotidianamente in tutte le circostanze esterne, anche in quelle oggettivamente difficili e contrarie al raccoglimento, perché solo uno sforzo radicato nel desiderio del cuore rende possibile e fruttuosa la pratica dell'orazione.

San Francesco, riconoscendo la ricchezza e varietà delle vocazioni dei suoi frati, ha scritto la Regola per gli eremi, destinata ai frati che vogliono condurre i tempi specialmente forti di vita contemplativa. Prevedeva anche la stanchezza e l'esaurimento spirituale di quelli mandati per evangelizzare il mondo a causa di una dedizione totale al compito apostolico, come egli stesso l'ha vissuta. Il Santo si ritirava frequentemente dalla vita attiva cercando di riprendere l'intimità con il Signore. In questi casi rimaneva a lungo nella solitudine, in silenzio e preghiera. Così ha lasciato un'indicazione concreta di come farsi riempire nuovamente dalla grazia divina e dallo slancio apostolico.

Ai tempi del Santo d’Assisi l'esistenza di luoghi ritirati di preghiera non meravigliava nessuno perché ritenuta un compimento naturale della vita apostolica. Le Costituzioni del 2012, riferendosi a quelle del 1536, dicono che ogni fraternità deve essere veramente una fraternità orante, ma tuttavia “giova istituire in singole o più circoscrizioni fraternità di ritiro e di contemplazione. […] Le stesse fraternità di ritiro siano aperte a tutti gli altri frati, i quali, come Dio concederà loro, desiderano trascorrere in esse periodici intervalli di tempo per attendere più intensamente alla preghiera e alla vita con Dio” (C 2012: 57,2-3).

Le fraternità di ritiro, nella plurisecolare legislazione cappuccina, appaiono per la prima volta solo ai tempi dell’aggiornamento dopo il Vaticano II. Sono un tentativo di risposta alla cambiata dinamica di vita e di attività dei cappuccini nello spirito di San Francesco che sapeva equilibrare in modo ottimale l'azione e la contemplazione. Con le case di preghiera non si vuole creare una realtà staccata dalla vita della provincia o circoscrizione, ma proprio il contrario. Rispettando e favorendo la vocazione di alcuni frati chiamati ad un'esperienza di più intensa contemplazione, esse devono pure servire ai fratelli impegnati intensamente in diversi lavori e attività apostoliche, per rendere loro possibile il rinvigorirsi nello spirito grazie al tempo maggiormente dedicato ad una vita di preghiera secondo come Francesco la prescrive nella Regola per gli eremi.

• Riassumendo. Le Costituzioni del 2012 presentano un quadro di vita di orazione radicato nella persona di San Francesco e riferito con chiarezza alla primitiva esperienza dei cappuccini presente nelle Costituzioni del 1536, con tutta la consapevolezza della varietà delle condizioni di vita nella situazione attuale dell'Ordine. Il Santo lo scopriamo nell’impostazione delle prescrizioni costituzionali riferiti all’orazione, innanzitutto nell’integrità della vita di preghiera che deve coinvolgere tutta la persona del frate e plasmare le fraternità intere nelle loro attività quotidiane, poiché la realtà della vocazione cappuccina, anche oggi, fonda su un unico principio ereditato da Francesco: l'ultimo fine di questa vita è la conformità a Gesù Cristo e a lui ogni frate deve tendere a trasformarsi pienamente, cercando con realismo di rivolgergli tutte le intenzioni, i desideri e l'impeto di amore.

Tema 4°: Povertà e minorità

L'impegno di povertà dei cappuccini nasce dal proposito di seguire Gesù Cristo che era ricco e si è fatto povero per noi diventando simile agli uomini. La vera povertà quindi, se autentica, richiede il radicalismo nel rinunciare alla ricchezza per essere disponibili nell’amare Dio e il prossimo. San Francesco la visse così (cf. C 2012: 61,1-3).

La persona del Santo d’Assisi è un'incarnazione dell'ideale di povertà evangelica realizzata sulle orme del Signore Gesù. Conoscendo il ruolo della povertà nella vita di Francesco si capisce perché i cappuccini la prendano come un grande impegno della vita. Un frate cappuccino vive la povertà come partecipazione all'atteggiamento filiale di Cristo verso il Padre e alla sua condizione di fratello e servo tra gli uomini.

La povertà, come l'intendeva San Francesco, non è una cosa astratta, ma viene concretizzata nell'intimo della persona. Un vero povero rinuncia non solo alle cose, ma prima di tutto a se stesso. In questo modo si fa capace di riconoscere la trascendenza di Dio, di aprirsi a lui e di accettarlo nella propria vita personale, ciò necessariamente porta alla carità verso il prossimo.

Il Santo ha scelto la povertà perché in essa ha trovato l'unico mezzo efficace per combattere l'uomo vecchio e conformarsi a Cristo. Dunque all'origine della sua povertà sta l'amore di Cristo che lo incita a spogliarsi di tutto per accettare interamente la volontà del Padre riguardo a lui. Le Costituzioni cappuccine accettano pienamente questo suo modo di concepire la povertà e lo applicano a pieno titolo nelle sue prescrizioni.

San Francesco per tutta la vita voleva sempre prima sperimentare la povertà e solo dopo annunciarla agli altri. Le Costituzioni, interpretando quel suo contegno, indicano che la qualità della vita cappuccina, individuale e comunitaria, deve essere tale da non aver bisogno di spiegazioni o interpretazioni (cf. C 2012: 62,1).

L'autenticità della povertà cappuccina suppone in primo luogo l'atteggiamento di spirito, ma legato indispensabilmente a un volto visibile che, diventando un segno oggettivo, permette di riconoscerla. Il frate cappuccino arricchito di doni di natura e di grazia, da vero seguace di Francesco, non li considera sua proprietà, ma li mette a disposizione di tutti, riconoscendosi piccolo davanti a Dio e lodandolo già in questo bisogno di lui (cf. C 2012: 61,4-5).

La povertà di spirito, vissuta in questo modo, porta necessariamente alla vita di povertà esteriore, trovando nello spirito la motivazione intima. Perciò le Costituzioni dichiarano che la povertà esige un tenore di vita sobrio e semplice nel vestito, nel cibo e nelle abitazioni, e la rinuncia a ogni prestigio sociale, politico o ecclesiastico, con chiara consapevolezza che non si può essere poveri a condizione, però, che non manchi di nulla (cf. C 2012: 62,4; 77,2).

I frati sono invitati a usare i beni temporali con gratitudine verso Dio, dando una testimonianza sul retto uso delle cose a coloro che avidamente le desiderano. Questo aspetto ha, forse, un'importanza particolare oggi, dato che il materialismo pratico e il consumismo fanno progressi, ormai, in tutte le parti del pianeta, al di là dei vari sistemi politici e sociali.

San Francesco ha capito bene che si può annunciare ai poveri la presenza di Dio tra loro solo se si partecipa alla loro condizione, perciò l'efficacia evangelizzante della povertà cappuccina richiede dai frati tre note caratteristiche: deve rendere loro partecipi della relazione filiale di Cristo verso il Padre e della sua condizione di fratello e di servo in mezzo agli uomini, e inoltre indurre alla solidarietà con i piccoli di questo mondo (cf. C 2012: 61,2).

Il traguardo della povertà evangelica non potrà mai essere pienamente raggiunto, quindi la vita dei singoli frati e delle fraternità deve continuamente tendere verso questo ideale nelle circostanze concrete di vita. Le Costituzioni insistono sulla continua verifica del modo di osservare la povertà, perché pensando di averla raggiunta si correrebbe rischio di appropriarsene. La domanda sulla povertà non dovrebbe trovare mai una risposta definitiva. I cappuccini devono interrogarsi sul come e fino a che punto essa possa essere praticata oggi. Bisogna cercare sempre le modalità di realizzarla con forme convenienti al corso del tempo e alla diversità dei luoghi dove si vive, con la profonda convinzione di non essere mai veramente poveri e perciò pronti a mettersi continuamente in discussione fin al momento della morte, come testimonia Francesco stesso.

La ricerca delle forme tangibili è indispensabile perché senza un'espressione reale la vera povertà francescana non esiste. Il volto materiale della povertà è flessibile. Qualche volta è proprio doveroso adattarlo o cambiare, ma devono esistere qualità definite, sul livello di circoscrizioni e di case, che indichino in concreto come osservare la povertà nel modo sempre più fedele a San Francesco (cf. C 2012: 65,1).

Le Costituzioni rievocano il desiderio del Santo quando sollecitano i frati affinché non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcun'altra cosa. Desiderando di seguire fedelmente il fondatore i cappuccini devono saper deporre, per motivo di fede, ogni preoccupazione raccomandandosi in tutto alla Provvidenza divina (cf. C 2012: 67,1).

La comunità aiuta, in modo decisivo, a vivere questo difficile affidamento in concreto. Perciò le Costituzioni esortano a condurre in fraternità una perfetta vita comune per quanto riguarda il vitto, il vestito e le altre cose necessarie. Ognuno dovrebbe condividere con gli altri quello che gli viene dato personalmente, secondo la pratica della fraternità primitiva di San Francesco (cf. C 2012: 64,1-2).

I beni temporali devono essere usati dai cappuccini per le necessità della vita, dell'apostolato e della carità, ma non bisogna farne provvisioni eccessive, nemmeno di quelli indispensabili. Piuttosto si procurino con il lavoro dei frati stessi tutti i mezzi e sussidi necessari (cf. C 2012: 66,2; 67,3).

San Francesco considerava il lavoro una grazia, lavorava con le sue mani e voleva che i frati si dedicassero al lavoro poiché esso appartiene all'onestà, e nel caso di mancata abilità pratica consigliava senza equivoci: “Coloro che non sanno, imparino” (Test 21). Le Costituzioni del 2012, spostando l'accento dalla questua, ritenuta tradizionalmente un'espressione di povertà, danno più attenzione al lavoro come una realtà adeguata alla condizione dei poveri.

Il proprio lavoro è, per i cappuccini, il mezzo fondamentale del sostentamento di ogni frate e delle fraternità. Non si vuole considerare nessun lavoro meno degno degli altri, tenendo solo conto dell'appropriata scelta delle attività che più chiaramente manifestano la povertà, l'umiltà e la fraternità. Il lavoro, oltre ad essere la fonte primaria delle cose necessarie, secondo le Costituzioni, è anche il modo principale di esercitare la carità verso gli altri uomini, specialmente quando condividiamo con loro il frutto del nostro lavoro (cf. C 2012: 79,1-2).

Se questo non fosse sufficiente, secondo l'indicazione di San Francesco della Regola non bollata (cf. RnB 9,3), le Costituzioni incoraggiano di ricorrere con fiducia alla mensa del Signore, [...] in modo tale però, che mentre chiediamo agli uomini l'elemosina, diamo loro testimonianza della povertà, della fraternità e della letizia francescana. Anche questa circostanza è un'opportunità per evangelizzare, e forse con più efficacia perché mediante l'atteggiamento umile e semplice (cf. C 2012: 67,4).

Tenendo conto delle finalità della vita cappuccina, i frati devono sempre guardarsi dal fissare nel lavoro il fine supremo o dal porre in esso un affetto disordinato. Il lavoro deve sempre rimanere un mezzo in funzione di povertà e minorità, contribuendo alla crescita dell'amore verso Dio e verso il prossimo (cf. C 2012: 80,1-2).

San Francesco non voleva che i frati usassero il denaro poiché desiderava che rimanessero poveri e minori nella Chiesa. I cappuccini per rispettare la sua intenzione al riguardo, date le mutate condizioni dei tempi, usano il denaro, ma solo come mezzo ordinario di scambio e di vita sociale necessario anche ai poveri, pienamente consapevoli che questo uso comporta sempre, anche per i frati, il pericolo di avarizia e facilmente può diventare uno strumento di potenza e dominio sugli altri (cf. C 2012: 68,1-2).

Le Costituzioni, ammettendo la possibilità di ricorrere alle assicurazioni o altre forme di provvidenza sociale, e di depositare il denaro veramente necessario presso le banche, come fa la gente semplice, non dimenticano mai la preoccupazione di Francesco e pongono come condizione che deve mostrarsi chiaro ed evidente che i frati sono liberi dalla cupidigia, radice di tutti i mali, e dall'ansiosa preoccupazione per il domani, evitando qualsiasi tipo di capitaliz­zazione o di speculazione (cf. C 2012: 70,2-3; 71,2).

Accumulando i beni non necessari, i cappuccini potrebbero diventare figli degeneri di San Francesco, perciò le Costituzioni invitano affinché le fraternità li consegnino ai superiori maggiori per le necessità delle circoscrizioni o ai poveri per il progresso dei popoli, e in seguito auspicano un passo decisamente radicale, quando incoraggiano le fraternità locali e le province perché siano pronte a condividere fra loro e con gli altri i beni anche necessari (cf. C 2012: 71,4). Su questo argomento bisogna spesso riflettere nei capitoli locali, tenendo presente un criterio concreto e pratico proposto dalle Costituzioni: “il minimo necessario, non il massimo consentito” (C 2012: 71,3).

Questo principio rispecchia bene l'intima mens di San Francesco al riguardo introducendo un criterio individualizzato per evitare il formalismo delle norme definite quantitativamente. La norma impostata in questo modo è convincente e concreta, però esige una profonda maturità e sincerità per definire nello spirito di fede questo “minimo”, secondo la radicalità del Santo.

Il contesto storico costringe l'Ordine ad accettare il possesso e l'amministrazione dei beni. Perciò le Costituzioni danno norme precise ed esigenti per ottenere in questa materia la trasparenza più esigente possibile, tramite l'ufficio di economo, le commissioni economiche e l'affidamento dell'amministrazione dei beni ai laici, proprio allo scopo di garantire un’autentica osservanza della povertà e minorità (cf. C 2012: 75-76).

Le Costituzioni prestano un'attenzione particolare alla povertà per assicurare la custodia di questa preziosa virtù evangelica affidata da San Francesco ai suoi frati. Invitano tutti a non voler “essere nel numero dei falsi poveri, che amano essere poveri a condizione però che non manchi loro nulla” (C 2012: 77,2). Si incoraggia i cappuccini ad abituarsi a soffrire privazioni sull'esempio di Cristo e memori di San Francesco che volle essere così povero da affidarsi, spoglio di tutte le cose e dei legami del cuore, al Padre che ha cura di noi. E perché la vera povertà evangelica consiste principalmente nella piena disponibilità verso Dio e verso gli uomini non bisogna attaccarsi con affetto disordinato ai beni terreni, ma usarli come se non ne usassimo (cf. C 2012: 77,1.4).

La povertà, come atteggiamento di carità e disponibilità, viene vissuta dai cappuccini in umiltà e semplicità di cuore. Non esiste altra strada per seguire Cristo povero e umile, sull'esempio di San Francesco, se non quella della minorità. Questi due valori si presentano sostanzialmente complementari. Le Costituzioni sono qui molto univoche: “San Francesco scelse di farsi minore tra i minori. Seguendo il suo esempio, nel vivo desiderio di conformarci a Cristo, sforziamoci anche noi di essere realmente minori, mai presumendo di diventare maggiori. Animati da questo spirito, dedichiamoci generosamente al servizio di tutti, specialmente di coloro che patiscono indigenza e tribolazioni, anzi perfino di coloro che ci perseguitano” (C 2012: 14,2). La finalità di questo atteggiamento di sottomissione non è di infastidire la vita dei poveri frati, ma di aiutarli a dedicarsi volentieri ai poveri, partecipando con carità alle loro prove, vivendo in quanto possibile nella loro umile condizione, rendendo manifesto lo spirito della nostra fraternità e diventando così il fermento di giustizia, di unione e di pace nel nome di Cristo.

L'umile condizione, se radicata veramente nell'atteggiamento del cuore, si esprime anche esternamente nel modo di comportarsi, di parlare, e nell'abito dell'Ordine che le Costituzioni raccomandano di portare come segno della propria consacrazione e come testimonianza di povertà, minorità e fraternità, affinché tutto in noi parli di Dio e serva alla salvezza degli uomini. Senz'altro questi tratti che presentiamo esternamente, preziosi per la gente ed utili per i cappuccini medesimi, non valgono nulla o quasi, e giovano poco alla salvezza delle anime, se i frati stessi non sono animati dallo spirito di umiltà. Ci vuole la mutua corrispondenza tra lo spirito e la forma con la quale esso si esprime. Perciò le Costituzioni esortano a seguire l'esempio di San Francesco e impegnarsi, con tutte le forze, a diventare buoni, e a non soltanto apparire tali; ad essere coerenti nel parlare e nell’agire, fuori e dentro. I frati ritenendosi, secondo l'ammonizione della Regola, inferiori a tutti siano i primi ad onorare gli altri (cf. C 2012: 35,4-5).

Essere un povero minore significa, secondo le Costituzioni attuali, non tanto un atteggiamento doveroso-formale, quanto l'espressione della carità che è sempre disponibile nel servire, senza riferirsi continuamente al proprio io.

San Francesco propone il messaggio di minorità concepita come un invito a non voler esercitare i propri diritti nei confronti degli altri, sentendosi i più piccoli di tutti, e le Costituzioni attingono da lui un contegno da minori che non va legato al solo voto di povertà o di obbedienza, ma pervade tutti gli aspetti della vita dei frati cappuccini che rivestiti di Cristo vogliono essere minori non falsi, ma realmente così: nel cuore, nelle parole e nelle opere (cf. C 2012: 35,4). Guardando il testo delle Costituzioni ne troviamo cenni ovunque: riferiti all'abito e alle abitazioni, alla preghiera, al lavoro e allo studio, alle ricreazioni e alle vacanze, alla malattia e alle cariche, riferiti alle confessioni e al servizio pastorale in parrocchia. Proprio per questo, “ricordandoci che il mondo ascolta più i testimoni che i maestri, viviamo vicini al popolo in semplicità di cuore, comportandoci da veri frati minori nello stile di vita e nel modo di parlare” (C 2012: 149,7). Senz’altro più facilmente sarà capita e accolta la testimonianza dei frati che con semplicità di cuore vivono da poveri minori vicino agli uomini.

Chi non possiede nulla, come Francesco, e rinuncia all'amore proprio non vanta i suoi diritti. Diventa grato e riconoscente di tutto, perché ogni cosa viene accolta da lui come un dono gratuito, non meritato per niente. Questa gratitudine verso Dio e verso gli uomini diventa un segno preminente di un frate povero e minore.

• Riassumendo. San Francesco ispira le Costituzioni attuali nel proporre ai frati la sequela di Cristo nella sua condizione di fratello povero e servo tra gli uomini, come un impegno specifico della comunità di cappuccini. Le Costituzioni riprendono qui un caratteristico tratto della sua persona, nella quale la povertà e la minorità non costituiscono compiti ascetici, ma stabiliscono una realtà di conversione che si esprime nelle opere caritatevoli. Nelle Costituzioni attuali spicca l'insistenza su quell'aspetto di carità come via propria dei figli di Francesco per realizzare la povertà e la minorità al pieno, anche nella dimensione sociale tramite le opere di giustizia e di pace. Conformandosi a Cristo povero e crocifisso e partecipando alla condizione dei poveri si può realmente annunciare a tutti la presenza di Dio fra loro.

Tema 5°: Obbedienza caritativa

Il capitolo decimo delle Costituzioni fa ricordare ai frati: “San Francesco ci ha insegnato che la vita dei frati minori è obbedire a Gesù Cristo presente nel Vangelo e nei sacramenti. A Cristo egli si donò totalmente, nulla di sé trattenendo per sé, riconoscendo nell’obbedienza la perfezione del vivere senza nulla di proprio e il fondamento della comunione con Dio, con la Chiesa, con i fratelli, con gli uomini e con tutte le creature” (C 2012: 158,4).

San Francesco ritiene e vive l'obbedienza come la forma più completa di espropriarsi dall'innato egocentrismo per partecipare all'obbedienza redentrice di Cristo. Lo Spirito del Signore, che anima la povertà vissuta in minorità, liberando anche dal proprio io permette ai seguaci di San Francesco di scoprire, con più sicurezza, la volontà del Padre.

L'obbedienza proposta da Francesco presuppone la fraternità, in cui la libertà dei figli di Dio matura mediante il comune impegno di conformarsi a Cristo e diventa una disponibilità di servizio ai fratelli per motivo di carità, nonostante gli uffici affidati. Le Costituzioni invitano i frati, ministri e gli altri, affinché, mentre proseguono la strada di vita nella verità e sincerità di cuore, abbiano una grande familiarità tra loro, si servano volentieri e obbediscano a vicenda, tutto questo nella carità di spirito. I ministri devono servire e i sudditi obbedire sempre per amore di Dio, e così faranno sempre ciò che piace a lui (cf. C 2012: 158,7).

Conformandosi a Cristo, che è venuto per servire, e seguendo San Francesco suo imitatore fedele, i ministri, che sono servi dei frati loro affidati e dei quali dovranno rendere conto a Dio, li servano umilmente, ricordando che essi stessi debbono obbedire a Dio e ai fratelli (cf. C 2012: 159,3). Il tono dell'esortazione fa capire che non si tratta di pura dichiarazione o di un ornamento retorico. Le Costituzioni davvero vogliono che sia creata una consistente realtà di servizio.

Il Santo concepiva un ufficio in fraternità non come un decoro personale legato ai privilegi, ma piuttosto come un maggior impegno per provvedere al bene materiale e, specialmente, spirituale dei frati, e i ministri ne renderanno conto a Dio. Il vero servizio esige dai ministri, come da ognuno che serve per amor di Dio, l'umiltà e la carità. Tutti però siano consapevoli che, in forza dell’ufficio, la decisione ultima spetta ai superiori (cf. C 2012: 160,3).

Il compito primario dei ministri è quello di guidare i frati alla vita di maggior impegno evangelico, precedendo tutti nella disponibilità di servizio e nel rinnovamento interiore, praticato incessantemente da Francesco. Pertanto il dovere del ministro non è di risolvere arbitrariamente tutti i dubbi e le questioni dei frati, ma piuttosto animare la fraternità intera nella ricerca delle modalità concrete di realizzare la volontà di Dio. Le Costituzioni suggeriscono che a questo proposito possa servire efficacemente l'assidua preghiera e un dialogo spontaneo con i frati, sia in comune che in privato (cf. C 2012: 160,2-3).

Detto questo non significa che il superiore possa, anche per una certa comodità, abbandonare i propri diritti. Anzi, deve consapevolmente assumersi la responsabilità delle decisioni definitive, in forza del suo ufficio, come vuole San Francesco nella Regola. In questo modo si possono coordinare tutte le forze, specialmente di quelli che nella casa svolgono incarichi speciali, per il bene di tutta la fraternità e a favore della Chiesa (cf. C 2012: 160,4-5).

I ministri dovrebbero prima di tutto desiderare che i singoli frati corrispondano al disegno del Padre, che li ha chiamati per amore, adempiendo in se stessi attivamente e responsabilmente la volontà del Signore. Perciò dirigano i frati loro affidati come figli di Dio, con rispetto della persona umana, così che essi obbediscano spontaneamente. Di conseguenza, secondo la mente di Francesco, possono imporre precetti in forza del voto di obbedienza solo costretti dalla carità e dalla necessità, e con grande prudenza (cf. C 2012: 162,1-3).

Le Costituzioni esortano i superiori ad esercitare il compito di ammonire, confortare e correggere, che ad essi compete in forza della Regola, con fermezza, mansuetudine e carità. La carità è un'altra virtù che, insieme all'umiltà, dovrebbe caratterizzare il loro ministero quotidiano. I difetti dei frati, se accadono, dovrebbero essere corretti in modo privato, mediante il colloquio fraterno, tenendo conto della persona e delle circostanze, con tutta le delicatezza che caratterizzava Francesco nei confronti dei compagni. Delle mancanze e dei difetti della fraternità i superiori dovrebbero trattare con i frati stessi, specialmente in occasione del capitolo locale, e tutti insieme cerchino e applichino rimedi efficaci. I frati, da parte loro, accettino volentieri la correzione del superiore a vantaggio dell'anima (cf. C 2012: 163,2-4), ricordandosi delle beatitudini lasciate da San Francesco (cf. Adm 13).

Riferendosi all'insegnamento di Francesco, le Costituzioni fanno cenno al particolare bisogno della carità che i ministri dovrebbero esercitare verso i fratelli malati e verso quelli che, dopo aver commesso un peccato, chiedessero perdono o, eventualmente, non avessero voglia o coraggio di chiederlo (cf. rispettivamente C 2012: 92,1; 116,1-5).

L'umiltà, quindi, permette ai ministri di assumere le posizioni più miti e riconoscenti nei confronti dei frati; invece la carità li aiuta a comprendere meglio i sudditi e a guidarli in modo tanto convincente, anche correggendo se necessario, da farli anelare e tendere alla perfezione evangelica.

San Francesco da una parte temeva l'autorità dei superiori esercitata in modo autoritario e incontrollato, e ha cercato di provvedervi adeguatamente, ma dall'altra esigeva dai frati un'obbedienza totale che ha come suo fondamento l'imitazione di Cristo. Egli esprime le sue intenzioni in un modo univoco: “Poi, i frati che sono sudditi si ricordino che per Dio hanno rinnegato la propria volontà” (RB 10,2). Le Costituzioni esortano i frati affinché offrendo a Dio come sacrificio di se stessi la propria volontà, nello spirito in cui hanno promesso volentieri i consigli evangelici, obbediscano ai superiori in modo attivo e responsabile, con fede ed amore verso la volontà di Dio (cf. C 2012: 165,1-3).

Le Costituzioni incoraggiano i cappuccini ad esporre i loro propri giudizi e le proprie iniziative per il bene comune, pur essendo pronti in spirito di fede a obbedire ai superiori. Vi si propone un'obbedienza generosa, pronta e responsabile nello spirito di letizia indicando il capitolo locale come manifestazione chiara di questo concetto di obbedienza che segna un tratto specifico della fraternità cappuccina (cf. C 2012: 141,2). San Francesco indica tale modalità di obbedire come un'espressione caratteristica a coloro che liberamente rinnovano la propria donazione a Dio. Ogni frate può proporre, di propria iniziativa, il modo migliore di servire il Signore e i fratelli; ma l'ultima parola e la decisione di ciò che deve essere fatto, dopo aver discusso e ben valutato tutta la questione, spetta ai superiori (cf. C 2012: 166,1).

L'insegnamento del Santo d’Assisi trova un’applicazione diretta nella norma delle Costituzioni secondo la quale: “È obbedienza vera anche tutto ciò che di bene il frate fa con retta intenzione e di propria iniziativa, quando sa che ciò non è contro la volontà dei superiori e che non incide negativamente sull’unione fraterna” (C 2012: 166,2). La prescrizione indica che non è il superiore l'unico sorvegliante della fraternità e dei singoli frati, ma ogni cappuccino deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte dinanzi a Dio.

Può succedere che alla fine rimanga una divergenza tra il superiore e il suddito. In questo caso, riferendosi fedelmente all'indicazione di Francesco, le Costituzioni invitano il frate che, “anche se vede cose migliori e più utili di quelle che il ministro gli comanda, sacrifichi a Dio volontariamente le sue e di fatto si impegni ad adempiere con l’opera quelle del ministro. Questa è infatti obbedienza caritativa che soddisfa Dio e il prossimo” (C 2012: 166,3).

Francesco prevede un unico limite a questa obbedienza, cioè la contrarietà dell'ordine alla coscienza, ma anche in questo caso esorta a non abbandonare il superiore e la fraternità, pur a costo di sostenere persecuzioni. Così il frate rimane veramente nella perfetta obbedienza (cf. Adm 3).

Le Costituzioni ammettono la possibilità delle situazioni che rendono impossibile l'osservanza della Regola. Secondo la prescrizione della Regola stessa, coloro che per motivi personali o per condizioni esterne non possono osservarla spiritualmente, possono, anzi devono ricorrere al ministro per chiedere confidentemente consigli, incoraggiamento e rimedi. Il ministro li accolga e li aiuti con fraterna carità e sollecitudine (cf. C 2012: 167,1-2).

La questione posta da Francesco e ripristinata dalle Costituzioni è di prima importanza perché l'attuale impossibilità di osservare la Regola, per situazioni determinate o per variate condizioni dell'epoca, non può essere considerata un tradimento dell'ideale primitivo. La circostanza del genere dovrebbe solo mobilitare alla ricerca delle modalità nuove che renderanno possibile l'osservanza della Regola, in piena fedeltà al suo spirito che deve essere conservato in ogni caso.

L'intuizione di San Francesco sul ricorso al ministro viene ripresa pienamente dalle Costituzioni. Si cerca di applicarla già nella formulazione delle nuove norme, auspicando l'essenziale importanza dell'interiore comprensione dello spirito della Regola, per farlo fattore della propria coscienza, consapevoli che solo in questo modo può essere realizzabile una vera osservanza spirituale della Regola, voluta da Francesco.

Un’autentica conformità a Cristo esige dai cappuccini, sull'esempio del Poverello che fu uomo cattolico e tutto apostolico, di farsi coinvolti nella missione salvifica della Chiesa e di offrire fedele obbedienza allo Spirito di Cristo che vive nella Chiesa. Questa umile sottomissione riguarda prima di tutto il Sommo Pontefice che i religiosi, anche in forza del voto di obbedienza, sono tenuti a considerare come supremo superiore, e il Collegio dei Vescovi che, in unione con il Papa, è segno visibile dell'unità e dell'apostolicità della Chiesa. Le Costituzioni sollecitano anche la stima e la premurosa collaborazione con i vescovi diocesani e i loro preti, in ciò riecheggia con chiarezza l'insistente proposito di San Francesco (cf. Test 7-9) e la decisa convinzione dei primi cappuccini (cf. C 2012: 11,1-4).

• Riassumendo. L'impostazione dell'obbedienza nelle Costituzioni attuali sorge dalla pratica e dall’insegnamento di San Francesco sulla vera e caritativa obbedienza che soddisfa Dio e il prossimo. Di conseguenza vi si nota un visibile spostamento di accento dall'obbedienza verticale-gerarchica verso quella orizzontale-mutua che serve a cercare e realizzare la volontà del Padre nella piena libertà dei figli di Dio tramite la rinuncia alla propria volontà. Realizzando così il voto di obbedienza ogni frate scopre con più sicurezza, insieme alla fraternità, la volontà di Dio e ravviva l'unione fraterna. Le Costituzioni inseriscono la questione dell'obbedienza nell'atmosfera serena e familiare della primitiva fraternità del Santo d’Assisi quando invitano tutti, i ministri e gli altri frati, affinché, camminando nella verità e nella sincerità di cuore, abbiano una grande familiarità e stima fra loro e, nella carità di spirito, si servano e obbediscano vicendevolmente. In questo modo i cappuccini potranno realizzare il desiderio di Francesco diventando nel mondo, che deve essere consacrato a Dio, un segno di quella perfetta carità che fiorisce pienamente nel Regno dei celi. La santità propria e la salvezza degli altri sono due frutti dell'obbedienza caritativa di San Francesco.

Tema 6°: Penitenza

San Francesco ha iniziato il suo cammino penitenziale usando misericordia verso i lebbrosi e uscendo dal secolo. Tutta la vita cercava instancabilmente di conformare il proprio cuore alle beatitudini evangeliche e predicava con slancio la penitenza, e voleva particolarmente che i suoi frati fossero uomini di penitenza. Nel suo Testamento si vede con quanta chiarezza Francesco distingue i due periodi della propria vita: quello dell'essere nel peccato e quello del fare penitenza (cf. Test 1-3). Egli, secondo la mentalità e la cultura religiosa del suo tempo, con il vocabolo “penitenza” voleva esprimere soprattutto quello che significa mortificazione, austerità, privazione, croce ecc., però in realtà visse un'autentica metanoia, il profondo cambiamento del cuore che libera l'uomo dalla dittatura del proprio io e lo riempie della docilità alla volontà di Dio.

Le Costituzioni perciò esortano: “Mossi dallo stesso spirito e constatando il peccato in noi e nella società umana, impegniamoci continuamente alla conversione nostra e degli altri per essere configurati a Cristo crocifisso e risuscitato” (C 2012: 109,7). Il cappuccino ponendosi dinanzi a Dio con sincerità riconosce la sua grandezza e percepisce la propria pochezza e viltà. Diventa consapevole di una verità fondamentale per la sua vocazione, sperimentata profondamente da San Francesco, cioè quella che il frate minore può raggiungere la finalità della propria vita solo seguendo le orme del Signore.

Vi troviamo un'affermazione importante ed univoca: “Lo spirito di penitenza in una vita austera è caratteristica peculiare del nostro Ordine; noi infatti, sull'esempio di Cristo e di san Francesco, abbiamo scelto la via stretta del Vangelo” (C 2012: 109,6). Questo spirito deve trasparire da tutta la vita dei cappuccini. E poiché la vita si svolge in un processo continuo, la penitenza che l'accompagna deve essere ugualmente una realtà viva, un continuo cammino nella sequela di Cristo che nel suo Spirito porta al Padre. La povertà e umiltà sono un ottimo appoggio e, allo stesso tempo, l'espressione della penitenza concepita come conversione del cuore che porta sempre più vicino alla piena conformità con Cristo sulle orme di San Francesco (cf. C 2012: 110,4-5).

Prima di qualsiasi forma esteriore di penitenza importa la trasformazione dello spirito. Solo l'atteggiamento del cuore aperto alla grazia divina, quell'iniziale sforzo di uscire dal proprio egoismo, porterà i frati ad abbracciare una via stretta per completare ciò che manca alle sofferenze di Cristo (cf. Col 1,24).

Il Santo d’Assisi, con il suo itinerario di conversione, ci fa ricordare una regola essenziale della vita interiore riportata dalle Costituzioni: “La penitenza, in quanto esodo e conversione, è una disposizione del cuore che esige manifestazioni esterne nella vita quotidiana, alle quali deve corrispondere una vera trasformazione interiore” (C 2012: 110,1). Infatti l'uomo è costituito di spirito e di carne, perciò non esiste una penitenza limitata esclusivamente allo spirito. La vera conversione trova sempre un'espressione tangibile nella vita. Se venisse a mancare questo riferimento al concreto quotidiano, essa sarebbe da ritenere falsa. La citata considerazione delle Costituzioni è sostanziale per la vita di penitenza dei singoli frati e delle fraternità.

La penitenza di San Francesco si caratterizzava dalla concretezza che si esprimeva nello stretto legame tra gli atteggiamenti interiori ed esteriori. Le attuali Costituzioni cappuccine omettono le tradizionali forme esterne di penitenza a causa della pluriformità. Però le concretizzazioni pratiche dovrebbero essere stabilite nelle circoscrizioni dell'Ordine, secondo la diversità di luoghi e di culture. Altrimenti si rischierebbe di rimanere legati ad un concetto di penitenza teorico e dematerializzato, che non ha niente in comune con quello del nostro Santo, perché il solo riferimento ai valori sublimi della vocazione cappuccina non provoca nessun cambiamento della vita reale limitandosi, in linea di massima, alle dichiarazioni ed esortazioni verbali.

I cappuccini, da veri penitenti, devono sempre distinguersi per una delicata ed affettuosa carità e letizia, come i santi dell'Ordine che erano, sull'esempio di San Francesco, “rigidi con se stessi, ma pieni di bontà e di rispetto verso gli altri” (C 2012: 110,2). Colmi dello spirito di conversione e di rinnovamento, i frati possono dedicarsi a diverse opere di penitenza secondo la Regola e le Costituzioni e come Dio li ispirerà, ricordandosi che la stessa vita consacrata, vissuta fedelmente, è un'ottima forma di penitenza (cf. C 2012: 110,3-4). Con questo suggerimento le Costituzioni presumono una grande maturità dei frati, necessaria per concretamente scegliere le forme di penitenza reale.

La vita quotidiana stabilisce una base fondamentale per la conversione, ma ce ne sono anche dei periodi particolari. Le Costituzioni ricordano che San Francesco, acceso dal desiderio di imitare il Signore, spesso visse nel digiuno e nelle preghiere, perciò si esorta a considerare tempi forti di penitenza: l'Avvento e, soprattutto, la Quaresima di Pasqua, e anche tutti i venerdì. Si raccomanda pure la Quaresima "Benedetta", e le vigilie di San Francesco e dell'Immacolata Concezione. Questi periodi e giorni stimolano i frati a impegnarsi maggiormente in opere di penitenza, sia individuale che comunitaria. In quei momenti specialmente si raccomanda la preghiera, il raccoglimento, l'ascolto della Parola di Dio, la mortificazione, il digiuno in fraternità; quindi, una condivisione con i poveri di ciò che è stato il frutto del digiuno e un maggior fervore nel praticare altre opere di carità (cf. C 2012: 111,2-6). Infatti per effettivamente seguire San Francesco nella sua via di conversione bisogna andare incontro, in modo particolare, a quelli che ai nostri tempi sono emarginati e privi di ogni aiuto.

I frati, ricordandosi della passione di Gesù e sull'esempio di San Francesco e dei santi predecessori, dovrebbero condurre una vita semplice, austera e sobria, limitandosi volentieri nel cibo e nella bevanda, negli spettacoli e in altri divertimenti. Ma i superiori, provvedendo ciò che è necessario ai frati, particolarmente ai malati, devono sempre tener presente il precetto della carità e l'esempio di San Francesco (cf. C 2012: 112,1-3).

Francesco fa ricordare che le opere esteriori di penitenza, per non diventare prive dell'efficacia spirituale, devono sempre ispirarsi dall'interiore pentimento e dal desiderio di sincera conversione, perciò le Costituzioni esortano affinché gli atti di penitenza, nelle forme tradizionali e nuove, siano realizzati con il cuore addolorato per i peccati nostri e altrui, e con il desiderio di camminare in novità di vita (cf. C 2012: 113,1).

Le Costituzioni, ispirandosi all'insegnamento e alla pratica del Santo, raccomandano in modo particolare la correzione fraterna indicata da Gesù, la revisione della propria vita alla luce del Vangelo ed altre forme di penitenza evangelica, specialmente quelle fatte in comune. I frati possono con efficacia aiutarsi vicendevolmente nell'illuminare la coscienza e consolidare la volontà, per progredire nel difficile processo di conversione (cf. C 2012: 113,2-3).

Il sacramento della penitenza, indicato decisamente da San Francesco nel caso di peccato, è luogo particolarmente privilegiato della riconciliazione con Dio e con i fratelli nella Chiesa. Pertanto le Costituzioni incoraggiano i cappuccini a tener in grande considerazione la frequente confessione dei peccati, l'esame di coscienza quotidiano e la direzione spirituale. I singoli frati, e le fraternità intere, purificati e rinnovati per mezzo dei sacramenti della Chiesa, potranno vivere meglio di giorno in giorno la loro vita cappuccina (cf. C 2012: 114,1-5).

I confessori, da parte loro, sono invitati a tener presente l'esortazione del Santo d’Assisi di non adirarsi né turbarsi per il peccato di alcuno, ma trattare il penitente con ogni bontà nel Signore (cf. C 2012: 115,3-4). Solo in questo modo lo si aiuta realmente a riprendere il cammino evangelico.

Se uno dei fratelli fosse caduto in peccato gli altri non lo giudichino, sull'esempio di Francesco, ma salvando il suo buon nome lo amino e aiutino con premura, ricordandosi che ognuno di noi farebbe peggio se il Signore nella sua bontà non ci preservasse. Similmente i superiori siano vicini con paterna misericordia ai frati che peccano o che sono in pericolo, e offrano loro gli aiuti opportuni ed efficaci secondo Dio (cf. C 2012: 116,1-2). Ed anche se i ministri fossero persuasi di dover intervenire decisamente dovrebbero cercare di non imporre le pene, specialmente canoniche, se non costretti da manifesta necessità e sempre con ogni prudenza e carità (cf. C 2012: 116,4). Si incoraggia pure i superiori, per quanto è nelle loro possibilità e competenze, di operare con la stessa sollecitudine nei confronti delle persone o delle comunità eventualmente danneggiate dai peccati dei frati (cf. C 2012: 116,3).

Tutte queste prescrizioni riflettono bene un tratto presente negli atteggiamenti di San Francesco che per pietà era sempre pronto di inchinarsi per sollevare uno che era caduto. Le Costituzioni riprendono l'insieme della preziosa eredità dell'insegnamento di San Francesco al riguardo citando espressamente la sua Lettera ad un ministro (cf. C 2012: 116,5).

• Riassumendo. Le Costituzioni presentano una visione della penitenza evangelica concepita sull'ispirazione di San Francesco come conversione del cuore. Questa impostazione rispecchia profondamente lo spirito penitenziale del Santo che fino alla fine della sua vita desiderava assiduamente, e sempre di nuovo, convertire se stesso. Il proposito di penitenza incessante riveste nelle Costituzioni la forma di uno sforzo nel rinnovare e riformare continuamente la vita individuale e comunitaria per poter sempre conservare un equilibrio tra l'ideale di vita evangelica e le realtà quotidiane. Invece nel documento viene un po' meno puntualizzato l'esercizio di sobrietà e di severità, più rilevante nelle Costituzioni precedenti, pur sull'esempio di Francesco, ma forse già troppo formalizzato e schematico, senza quello slancio che animava le penitenze corporali del Frate d'Assisi. Lo spirito di penitenza, in una vita austera ed esigente, rimane ugualmente auspicato dalle Costituzioni come una caratteristica dell'Ordine cappuccino per incoraggiare i frati a dedicarsi di continuo alle opere di conversione e di rinnovamento, secondo la Regola e le Costituzioni, e come Dio li ispira, affinché agisca sempre più in tutti il mistero pasquale di Cristo.

Tema 7°: Apostolato

Gesù Cristo è stato mandato per annunciare a tutti gli uomini la buona Novella di salvezza. La sua missione continua nella Chiesa con la forza dello Spirito Santo. Lo stesso Spirito ha suscitato San Francesco, con la sua fraternità, affinché secondo le più urgenti necessità del suo tempo prestasse con tutte le forze aiuto alla missione della Chiesa, specialmente verso quelli che soffrono di maggiore mancanza dell'annuncio evangelico.

La fraternità cappuccina, secondo lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, vuole soddisfare al dovere di servizio verso tutti gli uomini portando loro il messaggio evangelico con la parola e con l'opera. Per realizzare questa vocazione evangelica nella Chiesa e nel mondo i cappuccini, ispirati dal loro fondatore, si impegnano a scegliere una forma di vita che in sé unisce intimamente la preghiera e la proclamazione del messaggio di salvezza, alternando con sapienza il tempo tra la contemplazione e l’impegno apostolico (cf. C 2012: 15,3).

Il Santo d’Assisi, inviato dallo Spirito per diffondere tra gli uomini la novità di vita evangelica, pur non essendo più del mondo, rimase tuttavia nel mondo e volle che anche la sua fraternità vivesse e operasse tra gli uomini, per testimoniare con l'opera e con la parola il messaggio della conversione evangelica. I cappuccini si fanno partecipi di questa missione.

Dovrebbero quindi vivere in mezzo al mondo come fermento evangelico in modo che gli uomini, vedendo la loro vita fraterna conformata allo spirito delle beatitudini, riconoscano che il Regno di Dio è già cominciato in mezzo a loro (cf. C 2012: 106,1-3).

San Francesco non ha scelto nessun campo specifico di apostolato. Il suo proposito spirituale, di tutta la vita, era la conformità a Cristo. Qualsiasi altra cosa, anche l'esterna attività apostolica, doveva essere subordinata a quel fine supremo. Le Costituzioni esortano perciò affinché “nell’attività apostolica esprimiamo le note caratteristiche del nostro carisma nelle forme più adatte alla condizioni dei tempi e dei luoghi. Il primo apostolato del frate minore è vivere nel mondo la vita evangelica in verità, semplicità e letizia” (C 2012: 147,1-2). Questa triplice testimonianza di vita dovrebbe diventare il punto di riferimento e la base delle parole e delle opere per ogni frate cappuccino.

Secondo Francesco la fisionomia spirituale del frate e della fraternità assume un ruolo decisivo nella missione evangelizzatrice. Di conseguenza, il quadro limite delle azioni apostoliche dei cappuccini è di grande ampiezza: non conosce altre restrizioni che quante sorgono dalla fedeltà al proprio carisma. Secondo le Costituzioni bisogna accettare volentieri vari ministeri e attività apostoliche a condizione, però, che convengano alla forma della nostra vita e rispondano alle necessità della Chiesa. In questo modo i cappuccini possono annunciare il Vangelo ovunque, con le modalità adattate ai tempi e alle condizioni diverse, conservando sempre le caratteristiche della propria vocazione (cf. C 2012: 147,6-7; 148,2-3).

Le Costituzioni, puntando sulla fraternità e sulla persona del frate concreto come strumenti più efficaci di questa evangelizzazione, fanno capire che la compatibilità delle forme adottate con il genere di vita propria dei cappuccini ha un'importanza cruciale. Perciò trattando delle scelte concrete incoraggiano i frati di affrontare generosamente quei ministeri, che sono ritenuti molto difficili, esercitando così in pieno la loro consapevolezza di essere minori. I cappuccini, seguendo Cristo sull'esempio di San Francesco, non possono mai dimenticare che l'efficacia dell'evangelizzazione richiede un animo disposto ad affrontare la croce e la persecuzione fino al martirio, per la fede e la salvezza dei fratelli (cf. C 2012: 147,7-8).

San Francesco acquistava e viveva la sapienza di Cristo grazie alla lettura assidua e meditazione delle Sacre Scritture. Affinché lo stesso si avveri nella vita dei cappuccini, tutti i frati devono continuamente progredire nella conoscenza e nell'amore della Parola di Dio, cercando di viverla quotidianamente. Prima di iniziare qualsiasi azione apostolica i cappuccini dovrebbero innanzitutto sforzarsi, con grande impegno, d'imprimere nel loro cuore la Parola di Dio che è Cristo, e di dare se stessi, con tutte le forze, in suo possesso, affinché egli li faccia parlare per sovrabbondanza di amore. Così predicheranno Cristo stesso con la vita, con l'opera e con la parola. Quest’ordine di precedenza, insegnato e seguito sempre da San Francesco, rende autentica ogni parola ed opera (cf. C 2012: 150,4).

La preghiera personale e comunitaria, se praticata realmente da frati e da minori, diventa una vera testimonianza di forza evangelizzatrice, perché gli uomini scoprono nell'atteggiamento dei cappuccini e nella vita delle loro fraternità la bontà e la benignità di Dio presente nel mondo. L'orazione e l'azione, ispirate dall'unico e medesimo Spirito del Signore, anziché opporsi tra loro, si completano a vicenda in questa vita, se vissuta con l'integrità attinta alla persona di Francesco (cf. C 2012: 46,5).

Il Santo d’Assisi si aspettava dai suoi frati un tale comportamento in mezzo alla gente che chiunque li ascoltasse o li vedesse, sarebbe indotto a glorificare e lodare il Padre celeste. Riprendendo questa motivazione del Poverello, le Costituzioni fanno ricordare ai cappuccini che tutti i servizi prestati agli uomini devono fondarsi sulla vita informata dal Vangelo, perché più facilmente è capita e più volentieri accolta la testimonianza dei frati che, semplici di cuore, sia per condizione di vita sia per il modo di parlare vivono da veri frati minori, vicino al popolo (cf. C 2012: 149,7).

I frati dediti a qualsiasi tipo di azione apostolica devono sempre ricordarsene, e proprio per questo le Costituzioni sollecitano con tenacia: “In ogni nostra attività apostolica riconduciamo sempre a unità la nostra vita e la nostra azione nell’esercizio della carità verso Dio e verso gli uomini, che è l’anima di ogni apostolato” (C 2012: 15,5).

La sollecitudine dei cappuccini per il Regno di Dio prende come primo spunto l'esempio di Gesù e i suoi apostoli che alternavano la preghiera e il servizio della Parola. San Francesco, benché prediligesse i luoghi solitari, seguendo le orme del Signore e degli apostoli, scelse un genere di vita che univa in sé la preghiera e la proclamazione dell'annuncio della salvezza. La contemplazione e l'azione sono elementi indispensabili per vivere autenticamente la vocazione del frate minore cappuccino, intrinsecamente unita all'annuncio della buona Novella. Le Costituzioni ne traggono una conclusione doverosa: “Perseveriamo dunque nella lode di Dio e nella meditazione della sua parola: così diventeremo sempre di più ardenti nel desiderare che gli uomini, anche per mezzo della nostra azione, vengano attratti ad amare Dio con gioia. Così, tutta la nostra vita di preghiera sarà compenetrata di spirito apostolico, e tutta la nostra azione apostolica sarà plasmata dallo spirito di preghiera” (C 2012: 15,5).

Le varie iniziative apostoliche, concordemente all'indole di una vera comunità di San Francesco, devono essere promosse e coordinate cosicché diventino l'espressione dell'intera fraternità, locale o provinciale, e devono rispondere alle esigenze dell'evangelizzazione e alle necessità degli uomini. A questo serve un discernimento giusto tra le forme tradizionali di apostolato, da continuare e promuovere, e quelle nuove da creare e intraprendere. Perciò le Costituzioni esortano i frati ad abituarsi a leggere i segni dei tempi nei quali si scopre con gli occhi della fede il disegno di Dio (cf. C 2012: 149,1).

Le consuete opere dell’apostolato cappuccino, come le missioni popolari, gli esercizi spirituali, la confessione sacramentale dei fedeli, la direzione spirituale, la cura spirituale delle religiose specialmente francescane, l'assistenza agli infermi e ai carcerati, rispecchiano bene l'opzione indicata dall’esempio del Santo d’Assisi. Eppure cercando delle nuove forme bisogna fare le scelte sulla pista del suo insegnamento, dedicandosi con particolare sollecitudine a quegli uomini che per condizioni di vita sono privi dell'ordinaria cura pastorale. L'esempio di Cristo, incarnato in San Francesco, indica ai cappuccini l'apostolato tra i poveri come scelta preferenziale (cf. C 2012: 147,5; 149,3).

Per questo le Costituzioni invitano i cappuccini a conservare una nota molto caratteristica del Poverello, quando dicono: “Radunati in Cristo come una sola peculiare famiglia, sviluppiamo tra di noi rapporti di fraterna spontaneità, viviamo volentieri tra i poveri, i deboli e i malati, condividendo la loro vita, e conserviamo la nostra particolare vicinanza al popolo. Promuoviamo la dimensione apostolica della nostra vita, con l’annuncio del Vangelo e in varie altre forme consone al nostro carisma, conservando sempre lo spirito di minorità e di servizio” (C 2012: 5,4-5). Lo stile di vita semplice e popolare, il modo amichevole di avvicinare le persone e di conversare con loro, facilita l'azione apostolica dei cappuccini. Questa capacità di contatto con il popolo, soprattutto con i poveri e i semplici, deve essere sempre conservata perché fa parte del carisma cappuccino ed è una grazia di cui Dio si serve per evangelizzare la gente.

Il testo costituzionale presenta alcune forme di apostolato specificamente riferite all'esempio del Santo. Tra quelle il primo posto conquista la predicazione della Parola. Il Frate d’Assisi percorrendo le città spargeva ovunque il seme del Vangelo, annunciando al popolo, con discorsi brevi e semplici, il mistero di Cristo. I cappuccini, seguendo il suo esempio e la tradizione dell'Ordine, sempre fedeli in adesione alle Sacre Scritture, dovranno predicare la parola del Signore con un linguaggio chiaro e comprensibile, prima però imprimendola nel loro cuore (cf. C 2012: 150,3; 150,4).

Le doti intellettuali e morali sono necessari per svolgere con dignità questo ufficio, ma i cappuccini innanzitutto devono predicare Cristo con la vita, devono farlo trasparire attraverso le loro persone. Francesco sempre cominciava la predicazione meditando la Parola per ottenere la vera conoscenza del messaggio di salvezza. I cappuccini, per avverare questo invito delle Costituzioni, vogliono progredire continuamente nella sapienza di Cristo, acquisita soprattutto con l'esperienza vissuta, specialmente con l'assidua lettura, la meditazione e lo studio approfondito delle Sacre Scritture (cf. C 2012: 150,5).

Il Santo si doleva profondamente per la condanna prevista per i peccatori e cercava di soccorrerli in questo pericolo, esortando alla penitenza. I cappuccini vogliono essere suoi fedeli seguaci nel portare a tutti l'infinita misericordia di Dio. Specialmente i sacerdoti dell'Ordine possono annunciare la remissione dei peccati nel sacramento della riconciliazione, “tanto più che questo ministero si addice particolarmente a noi frati minori e spesso ci rende prossimi delle persone che più sperimentano la miseria del peccato” (C 2012: 152,1).

L’atteggiamento di San Francesco, il portavoce del perdono offerto agli uomini da Dio, ispira l'invito rivolto ai confessori cappuccini affinché brilli in loro lo zelo della santità di Dio, la sua misericordia, il rispetto della dignità della persona umana, la carità, la pazienza e la prudenza (cf. C 2012: 152,2).

La conversione di Francesco inizia visibilmente nel momento d'incontro con il lebbroso, l’evento che causa la sua particolare sensibilità verso gli infermi. Le Costituzioni raccomandano, secondo la costante tradizione dell'Ordine, di assumere volentieri la cura spirituale, ed anche corporale, dei malati e degli infermi. I superiori dovrebbero favorire questo ministero perché è un'eccellente e valida opera di carità e di apostolato, e si addice ai cappuccini che, come minori, vogliono unirsi agli uomini di ogni condizione, specialmente ai poveri e agli afflitti (cf. C 2012: 153,1-2).

Un richiamo alle intenzioni e disposizioni di Francesco, che voleva essere umile e soggetto ai rappresentanti della Chiesa, lo troviamo nella prescrizione che sottopone l'esercizio di qualsiasi apostolato all'autorità del vescovo diocesano dal quale i frati, dopo che sono stati approvati dai propri ministri, ricevono le necessarie facoltà. Le Costituzioni incoraggiano i ministri ad andare volentieri incontro alle richieste dei vescovi, quando li invitano al servizio del popolo di Dio e alla salvezza delle anime, ma a condizione che si rispetti sempre il carisma di vita cappuccina (cf. C 2012: 147,1.6).

Il Santo d’Assisi aspettava i suoi frati disponibili al servizio delle Chiese particolari, ciò divenne ugualmente la tradizione costante dell'Ordine cappuccino. Le Costituzioni invitano i frati ad essere pronti a prestare aiuto nelle parrocchie diocesane e permettono anche, con la clausola di necessità urgenti dei fedeli, di assumere prudentemente la cura delle parrocchie. Rimane però, come criterio supremo, il dovere di preservare la conformità con la propria vocazione per rendere possibile pure al popolo di Dio di beneficiare del carisma cappuccino. Questa motivazione fa preferire ordinariamente le parrocchie dove possiamo più facilmente dare una testimonianza di minorità e condurre un genere di vita e di lavoro in fraternità (cf. C 2012: 154,2-3).

Francesco stimava la vocazione propria dei laici e riconosceva il ruolo che potevano svolgere nell'opera dell'evangelizzazione. I cappuccini sono invitati a sostenere le associazioni dei fedeli che s'impegnano a vivere ed annunciare la Parola di Dio, e a cambiare il mondo dall'interno (cf. C 2012: 155,1). Tra quelle deve star loro particolarmente a cuore l'Ordine Francescano Secolare, che è necessario alla pienezza del carisma francescano, affinché i francescani secolari e le loro fraternità progrediscano come comunità di fede dotate di particolare efficacia di evangelizzazione. Si deve anche prestare una speciale attenzione e cura alle sorelle del Secondo Ordine che, professando la vita contemplativa, offrono quotidianamente il sacrificio di lode, e unite a Dio nella solitudine e nel silenzio dilatano la Chiesa con segreta fecondità apostolica (cf. C 2012: 101,3; 102,1).

San Francesco voleva che s'imparasse lavorare se non lo si sapeva fare. E perché non si può svolgere un apostolato, come pure altre attività, in maniera conveniente senza acquistare prima una formazione speciale e adeguata, le Costituzioni vogliono che ogni singolo frate, secondo le sue doti, sia preparato ai compiti che dovrà svolgere. Attendendo all'istruzione pratica o agli studi, i cappuccini, se vogliono veramente servire al Signore in minorità, si ricordino che sopra tutte le cose devono desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione. Qualsiasi genere di studi, anche quelli che servono per l'apostolato, devono essere illuminati e vivificati dalla carità di Cristo, e assolutamente consoni all'indole della vita cappuccina (cf. C 2012: 37,4-5; 38,1.4).

Il Trecento europeo ha visto rifiorire lo spirito missionario nella Chiesa. Un fattore significativo di questo evento si trova nell'esempio di vita di San Francesco e nella sua idea di un apostolato esteso senza confini, come viene esposto nella sua Regola. La famiglia cappuccina partecipa al compito di evangelizzazione portando il lieto messaggio della salvezza a coloro che non credono in Cristo (cf. C 2012: 177,1-2).

I frati che, per divina ispirazione, si sentono chiamati all'attività missionaria, secondo l'intenzione di Francesco espressa nella Regola, devono manifestare il loro proposito al ministro provinciale e il ministro, per la scarsità del personale in provincia, non dovrebbe ricusare di mandare quelli che hanno i requisiti necessari. Egli può anche incoraggiare e chiamare altri idonei frati. Tutti i frati possono adempiere il loro dovere missionario, ognuno secondo la propria condizione e capacità, anche temporaneamente, poiché depositato da Francesco alla fraternità intera. Perciò i ministri promuovano nei frati l'amore e lo spirito di collaborazione per le missioni, sensibilizzando anche il popolo cristiano (cf. C 2012: 178,1-6). Tuttavia le Costituzioni fanno ricordare decisamente ai frati “che non possiamo compiere la nostra missione se non ci rinnoviamo continuamente nella fedeltà alla propria vocazione” (C 2012: 157,2).

• Riassumendo. L'annuncio del Vangelo nelle Costituzioni cappuccine, visto alla luce della vocazione personale di San Francesco, si rivela innanzitutto una testimonianza di vita sulla quale poggiano le parole e le opere. La persona del frate e il volto spirituale della fraternità sono due mezzi sostanziali dell'apostolato cappuccino. Si accettano diversi metodi, classici e nuovi, ma sempre con il criterio di fraternità, di povertà e di minorità, per rilevare l'importanza apostolica della vita dei frati plasmata dalla sequela di Cristo sull'esempio di Francesco. Questo apostolato di testimonianza e di parola si realizza con una presenza più ampia e immediata dei cappuccini tra gli uomini, rispetto alle Costituzioni del 1536, per andare incontro alle esigenze dei tempi, dei luoghi e delle culture. Il diretto e amichevole contatto con la gente rende più forte l'esigenza di un segno autentico e chiaro nella vita da veri figli di Francesco d'Assisi per garantire l'efficacia della missione evangelizzatrice.

Tema 8°: Fraternità

“San Francesco, per ispirazione divina, diede origine ad una forma di vita evangelica che chiamò fraternità” (C 2012: 88,6), affermano le Costituzioni. Il testo vuole sottolineare la novità di questo propositum vitae che consta nell'unirsi attorno a Cristo da fratelli per superare l'egoismo della carne affinché si possa vivere pienamente il Vangelo, docili allo Spirito. Questa impostazione di vita evangelica viene accolta dai cappuccini come carisma proprio e costituisce il motivo conduttore delle Costituzioni attuali che focalizza in un modo particolare tutta la vita dei frati.

I cappuccini intraprendendo la vita evangelica, riuniti con la stessa vocazione dallo Spirito Santo, costituiscono una comunità universale di fratelli, cioè una compagine nella quale i frati decisi a seguire Gesù Cristo contribuiscono, mediante i vari uffici e ministeri, a edificare la Chiesa nella carità. Le Costituzioni riconoscono che la particolare fisionomia della comunità dei cappuccini deriva dal carisma personale ricevuto da San Francesco nella Chiesa per opera dello Spirito (cf. C 2012: 13,1-2; 88,6).

Le Costituzioni attuali – rispetto a quelle anteriori al 1968 – apportano un cambiamento notevole dal punto di vista contenutistico, dedicando interamente il capitolo sesto alla vita fraterna. Questa impostazione rappresenta una netta novità nella storia della legislazione cappuccina. La sua introduzione rispecchia una grande sensibilità della famiglia cappuccina ad uno degli aspetti più originali e significativi nel progetto di vita evangelica di Francesco d'Assisi. Il capitolo sesto è diviso in due articoli di ampiezza visibilmente diversa. Il primo, più lungo, disegna un quadro di vita fraterna come impegno evangelico. L'altro precisa la prospettiva della presenza dei frati nel mondo che costituisce una particolare dimensione della vita fraterna.

La fraternità cappuccina è riunita da Cristo stesso e, proprio per questo, diventa un dono particolare, una grazia dello Spirito nella vita dei frati. La sua unica spiegazione e giustificazione si trova nella fede dalla quale sorge la comunione di vita. Questa grazia di fede rappresenta l'aspetto essenziale della fraternità e deve essere accolta in una scelta libera di ciascuno, come risposta alla specifica chiamata personale a proseguire nella perfezione evangelica sull'esempio del Frate d’Assisi. Quando le Costituzioni invitano tutti ad amarsi vicendevolmente uniti dalla fede, implicano una continua crescita dei frati nella grazia della fede poiché solo in questo modo si può vivere da fratelli di San Francesco (cf. C 2012: 88,8).

Francesco riteneva ciascun frate un dono del Signore. Le Costituzioni riprendono questa intuizione quando dichiarano: “Ogni fratello, che Dio dona alla fraternità, le porta gioia e, nello stesso tempo, stimola tutti noi a rinnovarci nello spirito della nostra vocazione” (C 2012: 28,1). Ed è vero che i frati non si scelgono o eleggono, come membri di un'organizzazione esclusiva tipo club, ma è Dio a mandarli alla comunità. Di conseguenza la vita fraterna, oltre che dalla gioia, può essere spesso segnata anche dalla croce che fa parte del mistero pasquale. Una reale fraternità si costruisce solo sperimentando in se stessi, con pio sentimento, almeno una piccola parte dei dolori di Cristo per meglio conformarsi a lui sofferente. A questo scopo ci vuole un impegno arduo, continuo e paziente fondato sulla fede.

Le Costituzioni esortano ogni frate all'impegno profondo nell'accoglienza vicendevole con animo riconoscente, nel dialogo con stima e comprensione sincera, sempre pronti a portare i pesi e i difetti l'uno dell'altro. La vita dei cappuccini dovrebbe essere segnata dalla preoccupazione di camminare degnamente e di distinguersi sempre più nella vocazione alla quale sono stati chiamati, memori che Dio non revoca mai i suoi doni e quindi nemmeno quello della vocazione. Non vi mancherà la sua grazia per superare le difficoltà in questa via stretta che conduce alla vita (cf. C 2012: 89,2; 184,2).

Il proposito suddetto per non rimanere una bella figura retorica, nonostante le difficoltà di metterlo in pratica quotidianamente, viene concepito come disegno di un compito da realizzare nelle comunità da frati concreti e spesso molto imperfetti. La sua attuazione deve essere accompagnata dal continuo combattimento contro le proprie passioni e inclinazioni cattive che fa parte della conversione del cuore vissuta da Francesco con i suoi compagni (cf. C 2012: 89,2).

Il testo costituzionale accenna ad alcune tra le dimensioni pratiche di vita. La stessa vocazione, condivisa con Francesco d’Assisi, rende i frati tutti uguali e, come il Santo ha voluto nella Regola e nel Testamento, e secondo la primitiva consuetudine dei cappuccini tutti dovrebbero chiamarsi, senza distinzione, fratelli. La precedenza, che è necessaria per il buon servizio della fraternità, dipende solo dai compiti ed uffici che vi si esercitano in atto. Salvo quanto dipende dagli ordini sacri, ogni ufficio e incarico deve essere accessibile a tutti frati (cf. C 2012: 90,1-3).

I frati, secondo i doti ricevuti, dovrebbero lavorare come volle San Francesco. E per rendere più fruttuosa la grazia del lavoro, cercare nelle varie attività di conservare l'indole comunitaria, pronti ad aiutarsi reciprocamente, pure nei servizi che si devono svolgere quotidianamente nelle case, lavorando insieme e progredendo così anche nella conversione del cuore. Accettando diversi impegni, senza appropriarsene, i cappuccini devono sempre tener conto dei bisogni della comunità intera così che il lavoro dei singoli diventi l'espressione di tutta la fraternità (cf. C 2012: 79,3-4).

La differenza di età, che stabilisce una cesura naturale all'interno della fraternità, dovrebbe favorire la concordia degli animi e mutuo completamento perché Francesco non voleva dividere i suoi frati in categorie ma vivere la fratellanza indistintamente con tutti. I giovani perciò, mostrando riconoscenza, attenzione e gratitudine verso i frati più anziani, si possono giovare della loro esperienza. Gli anziani, invece, generosi, aperti e fiduciosi, possono trarre vantaggio dall'accettazione delle nuove e sane forme di vita e di attività. E gli uni comunichino agli altri le proprie ricchezze, aiutandosi a crescere nella propria vocazione (cf. C 2012: 91,1-3).

Quando un frate si ammala, la prima responsabilità spetta al guardiano che, secondo l'esempio e l'insegnamento di San Francesco, deve provvedere subito con fraterna carità il necessario al corpo e all'anima, e affidarlo alla cura di un frate idoneo e, se necessario, anche del medico. Ciò non dispensa gli altri frati dall'attenzione. Anzi, considerando che nel malato è presente Cristo che soffre, ognuno dovrebbe sinceramente riflettere che cosa egli vorrebbe che gli si facesse in caso di infermità, ricordandosi realisticamente di quello che San Francesco scrisse nella Regola che, cioè, nessuna madre è così premurosa verso il proprio figlio, quanto ciascuno di noi deve essere verso il suo fratello spirituale (cf. C 2012: 92,1-2).

Il malato, da parte sua, deve riconoscere nella sua infermità la vera condizione di frate minore e imitare San Francesco che lodava il Signore per quelli che sostengono in pace, secondo la sua santissima volontà, infermità e tribolazione. Non può dimenticare che, in realtà, la malattia appartiene alla sua stessa vocazione e permette, mediante le sofferenze e il dolore, di sperimentare in se stessi una minuscola porzione dei patimenti di Cristo per conformarsi pienamente a lui. Il cappuccino deve vivere la propria malattia nello spirito di fede, lasciando la cura di se stesso al medico e a coloro che lo assistono, per non violare la santa povertà a danno della propria anima, e di tutto rendendo grazie al Creatore (cf. C 2012: 93,2-3).

Francesco sapeva che la fraternità non si può costruire una volta per tutte, ma deve essere continuamente promossa e tutti i frati ne sono artefici veri. La responsabilità principale spetta ai superiori che devono tener presenti l'indole personale dei frati e le necessità della vita e dell'apostolato nel costituire le fraternità (cf. C 2012: 94,1-2).

Il clima della convivenza quotidiana, propizio all'intimità familiare, oltre dalle persone stesse, viene garantito da alcuni elementi esterni ma di non poca importanza, come il silenzio e la clausura. San Francesco ha prestato una grande attenzione a questi due aspetti della vita dei frati creando l'ambiente della prima casa dell'Ordine a Santa Maria della Porziuncola.

Il silenzio, che è custode fedele della vita interiore ed è richiesto dalla carità nella vita in comune, favorisce la vita di preghiera, di studio e di raccoglimento, e dovrebbe essere tenuto in grande stima in tutte le nostre fraternità. Quindi i frati, allontanato ogni impedimento e preoccupazione, si impegnino a lodare il Signore Iddio con cuore puro e con mente raccolta (cf. C 2012: 58,1-2; 59,1).

La prescrizione di clausura nelle versioni precedenti al 1968 era sempre legata alla castità. Nel testo attuale viene inserita al capitolo sulla vita fraterna. Si è cercato di impostare la questione dei contatti con gli estranei alla luce della tutela della vita fraterna. Una certa intimità familiare nelle case cappuccine deve essere appositamente plasmata. Ogni fratello può e deve contribuirvi, perché altrimenti nei nostri luoghi si crea l'atmosfera di un posto di servizio pubblico dove tutti sono di passaggio (cf. C 2012: 95,1-2).

La vita fraterna costituisce un contesto naturale per la realizzazione dei consigli evangelici professati, ma in un modo particolare favorisce l'osservanza della castità. Le Costituzioni mostrano questo aspetto della vita cappuccina con uno sguardo positivo, ricordando che una caratteristica di Francesco d’Assisi era la ricchezza di affetti e la capacità di esprimerli per diventare veramente l'amico e il fratello di tutti (cf. C 2012: 173,1).

La castità viene concepita da San Francesco come l'amore preferenziale per Dio e per tutti gli uomini, e viene da lui radicata nella povertà di spirito. La ragione fondamentale della vita casta si trova nella ricerca della più ampia libertà di cuore che fa aderire a Dio con amore indiviso e diventare disponibile nella carità. Le Costituzioni, riconoscendo quel modo integrale di concepire la castità da Francesco, esortano i frati sul suo esempio a lasciare ogni preoccupazione e ad amare, e adorare il Signore Dio in tutte le creature con cuore puro, con corpo casto e con santa operazione (cf. C 2012: 174,1-2).

L'insegnamento lasciato ai frati da Francesco riguardo alle donne è deciso e sobrio. Basta ricordare i tre precetti inseriti nel capitolo undicesimo della Regola. Il Santo, ricordandosi delle parole del Vangelo (cf. Mt 5,28), vuole non solo evitare per i suoi frati occasione o pericolo di peccato, ma neanche provocare delle situazioni equivoche che potrebbero diventare motivo di scandalo per qualcuno. Qui c'è tutta la sua delicatezza affettiva e il realismo di vita. Le Costituzioni quindi esortano affinché il comportamento dei frati verso le donne “sia caratterizzato da cortesia, rispetto e senso di giustizia” (C 2012: 173,4).

Le Costituzioni invitano pure a riconoscere e accettare le rinunce che inevitabilmente comporta la castità. Ammirando la bellezza dell'ideale stesso della castità, non bisogna dimenticarsi della croce, e del sacrificio che essa necessariamente porta a chi vuol viverla pienamente. Attingendo all'esperienza di Francesco, nel documento si indica i mezzi naturali e soprannaturali che rendono possibile di equilibrare la vita affettiva del frate celibe, e permettono di evitare le compensazioni indebite. L'amore vicendevole, nella familiare vita comune e nel servizio fraterno, accompagnato dalla custodia dei sensi e del cuore vengono riconosciuti come un sostegno particolare della castità (cf. C 2012: 171,1-4).

San Francesco intuitivamente sapeva che una vera fraternità, serena e aperta all’ altro, rende più facile il naturale sviluppo affettivo di ciascuno perché, come fanno ricordare le Costituzioni, l'impegno fraterno richiede che si rinunci all'amore di se stessi e ci si dedichi agli altri. Grazie a tale atteggiamento i frati si possono aiutare vicendevolmente nel progredire sulla strada della perfezione evangelica (cf. C 2012: 172,6). A questo scopo giova anche l'amicizia che è un grande dono in quanto favorisce la crescita umana e spirituale. Le Costituzioni invitano ogni cappuccino a comprendere il giusto significato dell'amicizia che fa pronti a donare se stessi e così edifica la fraternità. Le relazioni con la propria famiglia possono ugualmente aiutare la crescita affettiva, solo che non bisogna dimenticare che la nostra nuova famiglia è la fraternità del Santo d’Assisi (cf. C 2012: 173,5-6).

Il beneficio che deriva dalla vita fraterna è tanto prezioso per i figli di San Francesco che le Costituzioni vogliono garantirlo ad ogni frate. Quelli che viaggiano, che sono inviati in un'altra provincia per motivo di studio o di formazione, o temporaneamente vivono fuori di una casa dell'Ordine col permesso dei superiori, tutti loro devono essere sempre accolti nelle nostre case con fraterna carità e con animo lieto (cf. C 2012: 98,1-3). Si raccomanda inoltre di osservare l’equità e la carità evangelica verso i frati che abbandonano la vita cappuccina (cf. C 2012: 103,3).

Le Costituzioni ricordano ai cappuccini che il Poverello si sentiva unito da un vincolo fraterno non solo con gli uomini, ma anche con tutte le creature, contemplando in esse l’Iddio stesso. La bellezza del creato lo avvicinava al Creatore e faceva riempire il suo cuore di lode. Ispirati dai suoi atteggiamenti nei confronti delle creature i frati dovrebbero ammirarle e proteggerle nella loro integrità, usando con rispetto le risorse naturali (cf. C 2012: 105,1-2).

Sulla base di questa considerazione le Costituzioni esortano i frati ad apprezzare le creature nel loro giusto valore, e ad aver grande stima di tutto ciò che l'intelligenza umana ha saputo trarre dalle cose create, specialmente nelle opere della cultura e dell'arte con le quali si rivelano a noi i doni di Dio. Ma soprattutto il mondo degli uomini, che Dio ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito, deve essere visto alla luce del mistero di Cristo perché di là provengono le pietre vive per la costruzione di quella dimora di Dio che è la Chiesa (cf. C 2012: 105,3-5).

Il Frate d’Assisi con il suo messaggio ha ispirato una grande varietà di forme della vita religiosa. Numerosi fratelli e sorelle del Primo, del Secondo e del Terz'Ordine diffondono nella Chiesa il carisma del fondatore. Le Costituzioni invitano quindi a vivere, in fraterna comunione, lo stesso spirito e promuovere, in reciproca cooperazione, diverse iniziative comuni di vita e di attività francescana (cf. C 2012: 101,1-3;102,5).

Il numero 4 delle Costituzioni precisa luogo e compito della fraternità francescana nella Chiesa e tra il mondo. San Francesco, ascoltate le parole sulla missione dei discepoli, diede l'inizio alla Fraternità dell'Ordine dei Minori. Essa dovrebbe testimoniare il Regno di Dio tramite l’esempio di vita e la parola (cf. C 2012: 4,1). La finalità più intima della fraternità cappuccina nella Chiesa e nel mondo è identica, cioè quella di far tangibile e percepibile la presenza di Dio tra gli uomini annunciandola con la testimonianza di vita e con le parole.

• Riassumendo. È significativo notare come le Costituzioni vogliono ripristinare nell'ambito della vita fraterna la genuina ispirazione di San Francesco secondo cui la fratellanza, oltre alla sua esistenza oggettiva davanti a Dio e alla Chiesa, deve essere vissuta e sentita dalle persone umane. Partendo da questa visione e pratica del Santo, le Costituzioni cercano di assegnare un ruolo rilevante all'aspetto esistenziale e personale nei rapporti fraterni, un po' in contrasto con il concetto precedente, fissato piuttosto sulle dimensioni ontologico-giuridiche. Si sottolinea che ogni frate è responsabile per la crescita personale e per un continuo sviluppo della propria vocazione, nello spirito di fede, che rende più matura tutta la fraternità fondata sull'amore e carità. L'ampiezza del capitolo sesto delle Costituzioni già in sé attesta l'importanza della questione di vita fraterna. Ma non è solo questo capitolo a trattarla. Qualunque punto nevralgico della vita cappuccina quale: l'orazione, la povertà e minorità, l'obbedienza, la penitenza, la castità e l'apostolato, trova un riferimento diretto nell'ambito dei rapporti fraterni. Da tutto il testo del documento traspare la realtà del carisma cappuccino come un modo di vivere da fratelli. Sarebbe difficile trovare qualche aspetto importante della vita cappuccina, all'interno di essa o nei rapporti con il mondo esterno, privo di questa impostazione sostanziale.

Conclusioni

La Regola venne ideata da San Francesco per indicare e incoraggiare il cammino della sequela di Cristo. Questa sequela intrapresa nello spirito di matura libertà e riempita di gioia costituisce il punto di partenza di tutto il ragionamento delle Costituzioni. La norma giuridica esiste nel documento unicamente come mezzo sussidiario inserito nella finalità definitiva, cioè quella di praticare fedelmente la forma di vita disegnata nella Regola, sulla pista carismatica della vocazione cappuccina.

La fraternità dei cappuccini, nel corso dell'aggiornamento successivo al Vaticano II, ha voluto ritornare radicalmente alla primitiva ispirazione della riforma, cioè alla vita, dottrina ed esempi di San Francesco, come criterio pratico del rinnovamento delle norme costituzionali. Il proposito dei primi cappuccini di essere assolutamente fedeli alla Regola, secondo le intenzioni del Santo, viene pienamente ripristinato e rinforzato dalle attuali Costituzioni cappuccine.

Le Costituzioni del 2012 presentano una visione di San Francesco più completa e più autentica rispetto alle stesure precedenti grazie all’ampia e profonda conoscenza dei suoi scritti e delle primitive fonti francescane, criticamente accertate. Proponendo, nel quadro del rinnovamento, il ritorno a San Francesco le Costituzioni non intendono un ripristino delle forme fisse, o dei comportamenti esterni da calcare, ma vogliono ricuperare i suoi modi di reagire nei confronti dei valori evangelici.

Vi troviamo San Francesco non tanto come un bene ereditario da ammirare o una matrice di virtù, ma piuttosto un'impronta di atteggiamenti e un fattore condizionante per le scelte da fare. La sua persona ha ispirato le modifiche delle prescrizioni esistenti e le ricerche delle nuove formule nel recente processo del rinnovamento delle Costituzioni (2000-2012), diventando un sostanziale punto di riferimento in ogni materia. Lo spirito genuino di Francesco serviva quindi nei lavori sul documento per stimolare la pratica del carisma, pur adattando le modalità inconsuete – ma più adeguate – per essere fedeli al Vangelo nei tempi cambiati.

Le Costituzioni attuali riferiscono alla persona di San Francesco tutte le qualità autentiche dell’essere cappuccini: l'orazione contemplativa, la povertà e minorità, l'obbedienza caritativa, la penitenza e austerità, l'apostolato della parola e della carità, e la comunione fraterna. Queste realtà, già presenti nelle Costituzioni del 1536, ora purificate e rinforzate dalla più accurata conoscenza del Santo, sono proposte alla fraternità dell'Ordine, ma senza indicarne in maniera esauriente le forme specifiche. Così si stimola il passaggio dal pericolo di un certo formalismo letterale alla creatività nella ricerca delle forme nuove.

Alcuni tratti della fisionomia spirituale di San Francesco sono particolarmente cari ai cappuccini. Innanzitutto il suo desiderio profondo di conformarsi interamente al Cristo Signore. Abbiamo potuto notare con quale conseguenza le Costituzioni attuali riferiscono le scelte di vita cappuccina a Gesù, visto alla luce dell'esempio di Francesco.

La persona del Santo introduce nelle Costituzioni un buon equilibrio tra l'orazione e l'azione apostolica, poiché tutte e due costituiscono lo stesso unico carisma di vita evangelica ereditato dal Frate d’Assisi. Queste due realtà sono presentate dalle Costituzioni come complementari, e perciò indispensabili a vicenda nella vita di un cappuccino e di una fraternità.

La scelta di povertà, attuata nello spirito di minorità, viene riferita nelle Costituzioni alla scelta di frate Francesco che riteneva queste due qualità predilette due mezzi efficaci per la realizzazione della libertà evangelica che porta all'amore indiviso di Dio e alla carità verso il prossimo.

Il concetto di obbedienza caritativa presentato dalle Costituzioni riporta integralmente la profondità dell'insegnamento lasciato da Francesco nei suoi scritti dove l’unico motivo per osservare quel consiglio evangelico risulta l'amore del Signore che ogni frate cappuccino dovrebbe realizzare nella piena libertà del figlio di Dio.

Le Costituzioni trovano nell'atteggiamento penitenziale di San Francesco una sfida per svincolare la penitenza cappuccina da alcuni segni di convenzionalismo e portarla a un aspetto originale, riprendendo con evidenza il concetto evangelico di conversione del cuore che deve esprimersi con i frutti di santità e di opere caritatevoli.

L'annuncio del Vangelo, fervidamente voluto e vissuto da Francesco, nelle Costituzioni viene ancorato in un ambiente quotidiano della vita cappuccina. L'apostolato della presenza e testimonianza, eppure della parola sorge in modo naturale dal proposito di seguire fedelmente Gesù Cristo venuto per la salvezza del mondo intero.

La vita fraterna, indicata da San Francesco come modalità propria della vita evangelica da frati minori, occupa nelle Costituzioni un luogo notevole e significativo. Non solo tutto un capitolo intero viene dedicato a questa problematica, ma l'insieme del documento nel trattare dei diversi aspetti della vocazione cappuccina, della loro vita e missione, è segnato da questa angolatura.

Ricapitolando, sembra giustificato dire che dalle Costituzioni del 2012 traspaia un'immagine di San Francesco storicamente accertata e di grande profondità spirituale. Questa immagine è radicata nelle prime Costituzioni cappuccine del 1536 che costituiscono la pista dottrinale e spirituale dell'identità cappuccina. La persona di Francesco d'Assisi nelle Costituzioni attuali non si riduce a un semplice oggetto di culto e venerazione, ma piuttosto diventa un'ispirazione sublime e un modello pratico di vita cappuccina oggi.

Francesco spesso sorprendeva, quasi provocava, con le sue scelte inconsuete e le Costituzioni, auspicando il ritorno a lui vogliono innanzitutto creare una nuova mentalità dei frati con l'applicazione dell'osservanza spirituale, secondo il suo spirito.

La pedagogia del nostro supremo documento legislativo consiste essenzialmente nel porre i singoli frati e le intere fraternità dinanzi alle scelte che richiamano la gerarchia di valori della vocazione cappuccina. In questo senso le norme costituzionali sono dinamiche e aperte al futuro, anzi incoraggiano le nuove incarnazioni degli aspetti strutturali del nostro carisma.

Le Costituzioni del 2012 propongono una metodologia ispirata da Francesco che consiste nella possibilità di cambiare la “lettera” per essere più fedeli allo “spirito”. Vogliono una maggiore fedeltà a San Francesco senza ricorso alle dispense o finzioni giuridiche, ma tramite il rinnovamento continuo, dove il cambiamento delle forme serve come strumento di fedeltà allo Spirito. Le tradizioni e le circostanze odierne vengono misurate con questa angolatura.

Guardando il nostro documento costituzionale con questa prospettiva, bisogna notare nell’impostazione suddetta anche un certo punto che potrebbe sembrare debole nelle Costituzioni attuali, cioè il pericolo di cambiare le forme non come strumento di fedeltà ma come strumento di comodità.

Francesco plasmava la vita della fraternità non tramite le spiegazioni teologiche, ma con le abitudini pratiche radicate nei valori evangelici, sapendo che con la sola teoria, anche glorificando i valori più alti, non si impara la vita. Era consapevole che l'uomo non può vivere realmente lo spirito in un modo astratto ed informe. Sapeva pure che a queste abitudini buone, tanto più se radicali, si arriva solo tramite le decisioni concrete ed impegnative. Il pericolo sta nella tentazione di far le decisioni che cambiano le forme della vita cappuccina, ma per dispensarsi dalle scelte esigenti che sempre risultano più onerose.

La metodologia delle Costituzioni suppone nei frati una maturità sufficiente per riconoscere i valori sostanziali della vocazione cappuccina e per accettarli come punto di partenza delle realizzazioni pratiche. Questa premessa non sempre però si verifica in pratica e nelle Costituzioni scarseggia un chiaro iter formativo per supplire un’eventuale mancanza. Tuttavia sembra che anche correndo rischio delle scelte sbagliate e immature questa sostanziale presa di posizioni sia fedele alle nostre origini, e allo stesso tempo capace di aprire il canone carismatico della vita cappuccina ai segni dei tempi il cui evolvere è oggi in continuo e precipitoso progresso.

Qui ci si delinea un’altra questione delicata e nevralgica. Concordemente con l'insegnamento del Concilio Vaticano II, è la pluriformità che deve stimolare l'unità di spirito nell’ambito dell’Ordine intero. Le Costituzioni indicando le qualità evangeliche da scegliere si fermano piuttosto sul livello di valori da rispettare. Si suggeriscono degli ideali, ma le modalità di applicazione rimangono indefinite sul livello costituzionale perché le si rimanda alle decisioni sul livello delle regioni, province e diverse culture. Di conseguenza, a causa di questo giusto rispetto per la vita reale, talora possono mancare le forme universalmente riconosciute da tutti i frati come espressione dell'unità di spirito dell'Ordine, il che potrebbe condurre a compromettere l'unità dello spirito stesso.

In termini generali il principio della pluriformità cambiando radicalmente il volto dell’Ordine pare ci abbia aiutato a riavvicinarci all’autenticità della primitiva fraternità di San Francesco e alla genuina ispirazione della riforma cappuccina, proprio in quella ricerca instancabile del come essere sempre più fedeli alla chiamata ricevuta. Lo riconosciamo pur ammettendo il rischio della disunione spirituale per la mancanza delle forme visibili, quale segni dell’unità universale dell’Ordine. Occorre un’attenzione peculiare al proposito.

Le Costituzioni attuali, con il loro messaggio spirituale, si potrebbero dire più francescane delle precedenti, anche di quelle del 1536, dato il grande impegno dell'attuare nel loro testo tutta la nostra conoscenza di San Francesco che è senz'altro incomparabilmente più completa e profonda dei tempi di allora. Comunque bisogna ammettere che la personalità di Francesco vi risulta alle volte leggermente meno concreta, meno tangibile, nonostante la consistenza e la chiarezza teorica.

Summa summarum. Le Costituzioni del 2012 propongono San Francesco come fermo e chiaro punto di riferimento della nostra fedeltà al Vangelo, rispecchiato nella Regola. Il ritorno al Santo, visto alla luce dei suoi scritti e delle fonti primitive, significa innanzitutto scoprire la dinamica spirituale della sua persona nella quale si rivelano le modalità necessarie per equilibrare il rapporto tra la “lettera” e lo “spirito”, tra l'istituzione e il carisma, il rapporto che costituisce l'asse vitale di qualsiasi comunità francescana.

San Francesco insegna come discernere lo spirito della Regola per essere più fedeli allo Spirito del Signore. L’onesto discernimento fatto nello spirito di verità e sincerità porta alcune volte alla sostituzione delle lettere legislative morte con quelle nuove, appositamente create, che corrispondono meglio allo spirito dell'ispirazione primitiva nelle circostanze mutate. Di conseguenza bisogna riconoscere che in certe situazioni l'adattamento delle forme esterne allo spirito della Regola appare proprio d’obbligo, affinché ne siano un'espressione adeguata e fedele.

Questa considerazione, intuitivamente applicata dai primi cappuccini nelle Costituzioni del 1536, viene ripresa a pieno titolo dalle attuali e va indicata ai frati cappuccini come un proponimento doveroso da realizzare nei limiti del possibile umano. In essa troviamo una delle più creative lezioni che San Francesco offre ai cappuccini di oggi.

Adesso, dopo le discussioni, gli aggiornamenti e accertamenti motivati dal desiderio di essere fedeli all’esempio di vita e all’insegnamento di San Francesco, eppure suggeriti dalle esigenze dei tempi, ora è venuto il momento delle incarnazioni. Quindi per poter formulare un giudizio ulteriore e più approfondito sulle Costituzioni attuali bisogna darle un po’ di tempo per farle conoscere ai frati e per vedere come funzionano, ossia come si verifica la loro efficacia secondo la finalità più intima, cioè quella di trasmettere e diffondere la fedeltà alla Regola di San Francesco, quale specchio del Vangelo, secondo il carisma cappuccino.

“Perciò tutti, messa da parte ogni negligenza, impegniamoci con amore fervente a raggiungere la perfezione evangelica mostrata nella stessa Regola e nel nostro Ordine” (C 2012: 188,1b).

 

Spunti di riflessione

Ad Tema 2°

  • La lettura del Vangelo costituisce per me un affascinante incontro con Gesù Cristo, come la visse San Francesco, o rimane una pratica giusta e opportuna, ma noiosa?
  • Leggo il Vangelo ogni giorno, casualmente o mai? La sua parola viene condivisa in fraternità?
  • Gli insegnamenti e le beatitudini di Gesù sono per me la legge suprema e la ragione della mia vita ed azione, ovvero una semplice base di dati evangeliche?
  • La sequela di Cristo è per me un’attraente sfida e compito di vita o solo una figura retorica?
  • So seguire il nostro Santo nel contemplare e vivere l’annientamento del Signore nei fatti quotidiani, specie quando tutto va contromano nella fraternità o nella vita personale?

Ad Tema 3°

  • Riesco a prendere gli impegni esterni nel modo che tutte le cose temporali servano allo spirito della santa orazione, seguendo fedelmente l’esempio del Santo d’Assisi?
  • So pregare così che la mia preghiera non evada fuori della realtà ma si incarni nelle situazioni concrete e irradi di carità?
  • Cerco di guardarmi dal fissare nel lavoro il fine supremo o dal porre in esso un affetto disordinato, affinché non si spenga in me lo spirito di orazione e di devozione?
  • Mi ricordo che l’orazione mentale è la maestra spirituale dei frati? Questa orazione, se autentica, unisce intimamente a Cristo e fa anche crescere l'efficacia della liturgia nella vita spirituale. Ci trovo il tempo sufficiente, per esempio di un’ora intera, per praticarla ogni giorno?
  • L’orario del giorno della mia fraternità favorisce l’impegno di orazione liturgica e personale?

Ad Tema 4°

  • Provo a vivere la povertà nell’atteggiamento di minorità come dono di Dio, rinunciando innanzitutto a me stesso nel modo in cui usava fare San Francesco?
  • Il tenore di vita sobrio ed esigente non è fine in se stesso, ma deve servire a sostenere i bisognosi tramite la condivisione dei beni. Metto a disposizione altrui i doni di natura e di grazia? Pure la fraternità intera sa concedere del proprio ai bisognosi?
  • L’uso dei beni di qualsiasi genere decido secondo il criterio preciso e pratico: il minimo necessario e non il massimo permesso? Usando le cose e i talenti lo faccio con una profonda gratitudine verso Dio?
  • Non sono per caso del numero di quei falsi poveri che amano essere poveri a condizione però che non li manchi di nulla?
  • La povertà mia e della fraternità non è forse talmente “invisibile” da esigere spiegazioni sofisticate?

Ad Tema 5°

  • La mia obbedienza la riferisco all’obbedienza di Cristo, seguita da San Francesco, e la esercito con fiduciosa fede senza preoccuparmi di me stesso?
  • Riesco ad assumermi la responsabilità delle proprie scelte nello spirito di verità e di fede?
  • L’obbedienza che vivo è soggetta al desiderio di scoprire i disegni di Dio nella mia vita o costituisce una pratica formale che serve solo per coprire l’adempimento della propria volontà?
  • La presa delle mie posizioni ravviva l’unione fraterna o la frantuma?
  • Mi metto realmente a disposizione e servizio dei fratelli per vivere l’obbedienza davvero caritativa perché soddisfa Dio e il prossimo?

Ad Tema 6°

  • Il mio impegno di penitenza sorge dal desiderio di seguire il Santo d’Assisi nel suo proposito di essere configurato a Cristo crocifisso e risorto oppure si esaurisce piuttosto nelle agili formule verbali?
  • La penitenza è per me un processo di vera conversione del cuore o un susseguire degli insignificanti gesti di routine? Come essa va praticata nella mia fraternità?
  • Un’autentica penitenza, in quanto esodo e conversione, esige manifestazioni esterne, visibili e tangibili, altrimenti è falsa. In che modo si esprime e quali frutti porta la mia conversione?
  • La penitenza che cerco di fare si distingue per una delicata ed affettuosa carità e letizia o mi chiude nella triste e nostalgica costatazione delle proprie mancanze?
  • Quale è il ruolo del Sacramento di penitenza, della direzione spirituale e del quotidiano esame di coscienza nel processo della mia conversione?

Ad Tema 7°

  • Il primo apostolato del frate cappuccino è vivere nel mondo la vita evangelica in verità, semplicità e letizia così come fece il Poverello. Lo percepisco ed esercito in questo modo? Tutte le mie iniziative apostoliche diventano sempre l’espressione dell’intera fraternità locale o provinciale, o meno?
  • Se l’apostolato cappuccino fonda sulla testimonianza non posso compiere la mia missione carismatica se non mi rinnovo continuamente nella fedeltà alla propria vocazione. L’applicazione di questa verità mi sta veramente al cuore?
  • Accetto volentieri vari servizi e ministeri a condizione però che convengano alla forma della vita cappuccina o li ammasso in un modo sconsiderato senza valutare la loro portata carismatica?
  • Prima di iniziare qualsiasi azione apostolica cerco di sforzarmi d’imprimere nel mio cuore Cristo affinché egli stesso mi fa agire e parlare oppure preferisco fare “lo spettacolo di un attore”?
  • Mi ricordo che l’efficacia dell’evangelizzazione richiede un animo disposto ad affrontare la sofferenza e la croce? Sono disposto a scegliere i servizi difficili e disprezzati?

Ad Tema 8°

  • Il propositum vitae dei cappuccini consta nell’unirsi attorno a Cristo da fratelli. Riesco a vedere nella mia fraternità il progetto del Signore? L’accoglienza vicendevole segnata dal proposito di servirsi in mutua collaborazione mi accompagna quotidianamente, superando anche le differenze di età, istruzione e cultura nella mia fraternità e fuori di essa?
  • Ogni fratello è un dono di Dio alla fraternità, un dono gradevole o qualche volta sgradevole. So accettarlo nello spirito di fede con un profondo sentimento da seguace di San Francesco?
  • Riesco a contribuire all’atmosfera della casa per favorire la vita di preghiera, di studio e di raccoglimento, nello spirito di carità fraterna o mi limito a coccolare i propri bisogni?
  • Il mio comportamento verso le persone estranee, specie le donne, è caratterizzato da cortesia, rispetto e senso di giustizia?
  • Dato che la bellezza del creato avvicinava il Poverello all’ammirazione per il Creatore, so apprezzare le creature nel loro giusto valore, usando con rispetto le risorse naturali?

Fonti

I frati cappuccini. Documenti e testimonianze del primo secolo, a cura di C. Cargnoni, I-II, Ed. Frate Indovino, Perugia 1988.

Constitutiones Fratrum Minorum Capuccinorum una cum Regula et Testamento sancti Francisci, Curia Generalis OFMCap., Romae 1990.

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Kaźmierczak J., San Francesco nelle Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini, Dissertationes ad Doctoratum, Pontificium Athenaeum Antonianum, Romae 1991.

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Ultima modifica il Mercoledì, 09 Settembre 2020 15:11
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