Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum

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updated 9:39 PM UTC, May 16, 2022

Rallegratevi… la prima lettera circolare inviata all’Ordine Cappuccino

IL PERSONAGGIO

Bernardino Palli d'Asti, entrato tra gli Osservanti e più volte Ministro della Provincia di Roma, passa ai Cappuccini nel 1533, diventando il successore di Ludovico Tenaglia da Fossombrone nel tumultuoso Capitolo generale del 1535. A causa della malattia rinuncerà all'incarico nel 1538 sostituito da Bernardino Tomassini da Siena, detto l'Ochino. Dopo l'apostasia di quest'ultimo ed il triennio di Francesco Ripanti da Jesi, verrà nuovamente eletto Vicario generale, nei Capitoli del 1546 e 1549. In tale veste parteciperà al primo periodo del Concilio di Trento. Morirà a Roma nel 1557.

Dai primi cronisti dell'Ordine è considerato la vera guida dell'Ordine se non il primo "vero" Vicario dell'Ordine . Con lui infatti vengono redatte le prime Costituzioni e a lui si deve, nel giugno del 1536, un memoriale nel quale difende la possibilità di passare dall'Osservanza ai Cappuccini, poiché, così afferma, "è solo fra questi ultimi che la Regola viene osservata perfettamente ".

Bernardino Palli d'Asti è temporalmente Vicario generale dell'Ordine prima e dopo la bufera che aveva visto protagonista l'Ochino , vivendo dal vertice il travaglio della crescita della "riforma cappuccina", dagli anni posteriori all'uscita di Ludovico Tenaglia a quelli della ritrovata espansione che portava con sé altri inevitabili problemi.

I giudizi da lui espressi in relazione ai mutamenti che sono avvenuti o che stanno maturando dentro la "riforma" sono documenti importanti che ci permettono di capire come una generazione di frati, la sua, vive e valuta il cambio di mentalità.

Di vita austera egli aveva operato, nel suo primo mandato, per equilibrare la vita dei frati da quegli eccessi che caratterizzavano la primissima generazione, con un'opera che entrava a regolare la piccolissima quotidianità : dalla minestra che doveva essere condita a sufficienza, al vino che doveva essere temperato, cioè annacquato, nella giusta misura.

Era intervenuto anche a regolare la preghiera per dare dei momenti comuni e uguali per tutti, smascherando chi, con la scusa di stare sempre in orazione, si ritirava nella propria "cella a far sporte o crocette" ed evitando in questo modo di assolvere ai lavori comuni quali quelli dell'orto, della cucina o dell'assistenza agli infermi. Nella polemica dell'eliminazione dell'esperienza del lavoro manuale negli anni 1535-1536, riafferma con forza come l'impegno nelle occupazioni, anche quelle domestiche, non deve spegnere "il gusto dell'oratione" .

È però pochi anni prima della sua morte, al momento dell'approvazione delle nuove Costituzioni, quelle del 1552, che Bernardino d'Asti ci dà una valutazione personale delle mutazioni che sono intervenute negli anni seguiti alla crisi dell'Ochino.

È un giudizio critico e severo che manifesta tutta la sua amarezza: "Dunque hora noi siamo venuti tanto innanti, quanto si può venire; ogni poco che passa più, in alcune cose si farebbe contra la Regola; insino adesso ci habbiamo havuta una gran' siepe, nè mai si è toccata la Regola; hora noi siamo in su quel che la Regola ci concede, che prima si faceva più che la Regola non comanda" .

Al tempo stesso è indicazione chiara e precisa di come i rapporti dentro la "riforma cappuccina" sono cambiati e una generazione di frati si è ormai sostituita alla prima. Temporalmente è il suo ultimo intervento. Bernardino Palli d'Asti ha appena terminato il suo terzo mandato come Vicario generale (1546-1549) durante il quale ha continuamente lottato per mantenere alto l'ideale che la sua generazione aveva cercato di vivere e che era stato condensato nelle Costituzioni del 1536.

Tra i fattori che intervengono in questi anni a mutare il clima della "riforma cappuccina" c'è in primo luogo la ritrovata vitalità e crescita numerica. Tuttavia sarà la provenienza dei nuovi venuti ad avere un'incidenza maggiore nel cambiamento dello stile di vita dei frati.

La grande maggioranza dei candidati proviene ormai dal secolo e non più dalle file dell'Osservanza. Essi hanno perso la coscienza di essere dei riformatori dell'Osservanza e si considerano oramai un ramo nuovo della famiglia francescana. La contrapposizione si stempera e la ricerca dell'autentico vivere francescano ha ora una sua nuova struttura.

IL CONTESTO STORICO

È in questo contesto, fratesco e personale, che Bernardino Palli d'Asti, in qualità di Vicario generale, rivolgendosi a tutti i frati con la lettera circolare "Rallegratevi", tracciava un ritratto non solo della spiritualità del frate cappuccino, ma della "forma" del frate "riformato" cappuccino. E non poteva che porre a modello la sua generazione.

Una generazione che respirava e viveva una reciproca conoscenza, dove i frati, pochi di numero, si conoscevano e si scambiavano quelle attenzioni che avevano la loro sorgente solo e solamente nella carità fraterna che con la povertà, l'orazione e l'osservanza della Regola erano i segni visibili, non solo predicati, per poter dire: lì vi è il vero frate cappuccino.

La Lettera circolare oltre a tracciare la vera fisionomia del frate cappuccino, fa emerge la chiara testimonianza delle nuove tensioni che l'Ordine sta affrontando. Egli, infatti, lancia il suo guai verso "quei frati capuccini, li quali cercano di allargare il vivere nostro. Et in verità non sono frati minori di S. Francesco, ma più presto di F. Elia e, come dice l'apostolo inimici della croce di Christo, Dio nostro, et destruttori della nostra congregatione".

È evidente che, ancor prima della revisione delle Costituzioni del 1535-1536, inizia un cambiamento all'interno della fraternità e il desiderio di mantenere l'ideale della sua generazione spinge Bernardino Palli d'Asti a lanciare il suo guai contro chi attenta alla povertà. Il paragone non può che corre verso frate Elia, figura nella quale tutta l'Osservanza ha cristallizzato l'elemento negativo.

Un'ultima annotazione che svela come questi anni siano anni di cambiamento nei quali Bernardino Palli d'Asti diventa il paladino di una parte, è la sua piccola dichiarazione sul modo di vestire, redatta nel 1550 . Educato dentro l'Osservanza egli conosce tutte le lotte intraprese sulla questione del vero abito di San Francesco, non ultimi i cappuccini stessi, si lascia andare, con una certa gravità all'affermazione che "le Religioni dal vestire han sempre cominciato a rilasciarsi" .

Il suo memoriale, prende posizione contro quella abitudine che stava prendendo piede nell'Ordine di portare più di due panni e, rifacendosi alla Regola, sentenzia che quel frate che porta tre panni senza necessità, "pecca mortalmente".
Elenca quindi, con vera minuzia e precisione, le vere necessità: "Prima: quando piove, essendo in viaggio. Seconda: quando il Frate ha provato portare due tonache fodrate, et non può stare sano... Terza: è necessità secondo alcuni, quando i Frati camminano per paesi di eccessivo freddo". Immediatamente si avverte che quest'ultima necessità non è da lui condivisa perché subito aggiunge: "contro questo è l'esperienza da me fatta e da miei compagni, con li quali sono andato dieci invernale o circa ed siamo passati per paesi d'eccessivo freddo, per monti, pioggie, neve e ghiacci, sempre tutti con 1'habito solo et il mantello" .

Gli adattamenti necessari, conseguenza di differenti situazioni, anche climatiche, nelle quali i frati si vengono a trovare, muovono Bernardino d'Asti a difendere il modo di vestire della sua generazione.

LA LETTERA CIRCOLARE: IL TESTO

Scrive Bernardino Palli d'Asti:

"Rallegratevi sempre nel Signore; ancora dico rallegratevi. Il Signore ci è appresso e ha cura di noi. Come le vesti preziose sono ornamento del corpo e lo fanno diventar più bello che non è; così le sante virtù sono preziose vesti e ornamento dell'anima e la fanno in verità più bella, e la fanno venire in tanta dignità e altezza che l'anima peccatrice, da adultera e schiava del demonio si fa sposa del sommo imperatore Dio, nostro Signore Gesù Cristo, regina e imperatrice del celeste regno e impero".

È la fede totale di chi sa che il Signore è fedele e sta con i suoi fino alla fine del mondo a far scaturire quel sentimento che è la gioia. Così come il sapere che non si è soli o abbandonati porta con se la certezza di essere amati. Qui sta la fonte della gioia, sapersi amati dall'Infinito e all'infinito. Qui sta quel rallegrarsi nel Signore che Bernardino Palli d'Asti pone all'inizio della sua lettera. Dove il "nel" indica la forma del consacrato chiamato "a stare con Lui" come racconta e testimonia il Vangelo di Marco (Mc 3,13). Non per un'intimistica beatitudine, ma per essere mandati, inviati, gettati nel mondo. Il rallegrasi nel Signore ha dentro di sé tutta quella carica che spinge ad uscire, ad andare incontro all'uomo e al mondo. Questa doppia dimensione o movimento è causa e al tempo stesso fonte della vera gioia. Ancora una volta emerge la dimensione cristologica di Colui che era in Dio fin dal principio ed è uscito per portare Dio. La chiamata dunque comporta lo stare nel Signore per essere portatori del Vangelo. La gioia è piena, totale perché chiamati a far parte ad altri della Buona notizia.

Ma il rallegrasi nel Signore ha un'altra radice: prima del nostro stare con Lui c'è il Suo stare in noi. Qui si conosce l'amore di Dio, si gusta la sua Charitas, la persona che è Gesù Cristo, che sola muove l'animo, la carne, il desiderio, l'azione alla gioia e con gioia, non altro! Ci fossero altri sentimenti all'incipit della gioia questa non sarebbe che limitata nel tempo o, al peggio, effimera.

Sapere questo, credere in Lui non basta però, occorre un gesto concreto: rivestirsi delle virtù. Per Bernardino Palli d'Asti le virtù rendono l'uomo, l'anima peccatrice schiava del demonio, bella e vittoriosa nel Signore. Le virtù rivestono l'uomo nuovo, colui che morto con Cristo vive in Lui la vita nuova. Per possedere la virtù occorre dunque morire e la morte non può che essere quella di colui che si offre nell'imitazione del Signore. Ogni altra morte non è cristiana e non riveste con l'abito prezioso della virtù.

"Delle quali virtù la più degna e più principale è la carità e l'amore; gli è una virtù molto dolce e dilettevole. Però gli uomini carnali, secolari e animali fingono d'esser vestiti di carità; dai quali ci dobbiamo guardare e fuggiarli, come ci ammonisce l'ottimo Maestro. E dice che li conosceremo dai frutti loro cioè le opere. Però vi voglio dare due esempi e segni da conoscerli, se in voi o in altri è vera carità".

Come ben sa colui che ben conosce l'umanità, può esserci la finzione o la falsa carità, facilmente smascherabili dalle opere compiute o mancanti. L'ipocrita è in un certo senso un menzognero perché dice e non fa, afferma di avere ma non ha, perché dice di essere ma non lo è.

L'ipocrisia può assumere diverse forme. La più semplice è la finzione che pone una frattura netta tra ciò che si afferma e ciò che si vive, tra ciò che si dice e ciò che si pensa. Il consacrato non può che essere trasparenza e la sua esistenza non può che essere trasparenza della vita di Cristo fino alla consegna di tutto se stesso alla volontà del Padre.

Una seconda forma di ipocrisia, e quindi di non credibilità della vita consacrata è la furbizia, la capacità di cambiare le carte in tavola e far apparire le proprie abitudini come la verità. Come? Portando prove inconfutabili che hanno il loro fondamento da dottrine, con fondamenti scientifici o filosofici, ma che nulla hanno a che fare con il Vangelo.

Una terza forma di ipocrisia è quella di combattere il male o le cose che non vanno, qualche volta anche dove non c'è il male, ma che stanno all'esterno di se stesso. L'ipocrita di questo tipo evita di cercare il male dove c'è, in primo luogo evita di cercalo dentro di se. Ritenersi giusti, non peccatori, non bisognosi della grazia che santifica o del perdono che fa rinascere, è ipocrisia. Quando più è assente dalla vita del consacrato il sacramento della riconciliazione tanto più la sua vita rischia di non essere credibile.

Un'ultima forma di ipocrisia è la teatralità. Colui che ostenta ciò che fa. Un uomo sempre sul palcoscenico alla ricerca dell'applauso. Molte volte lo si scusa o in altre lo si ritiene innocuo o ridicolo. Però la teatralità nasconde un vuoto. Quando c'è una vita vera questa brilla di per se stessa non ha bisogno della pubblicità. Quando c'è la virtù questa brilla perché la bellezza è la sia luce, segno che le cose sono vere.

"Quando vedrete un frate cappuccino di continuo sollecito all'orazione e zelante della santissima povertà esser caritativo verso i suoi fratelli spirituali e altri prossimi, credete che in costui è vera carità. Ma se vedrete alcuno negligente nell'orazione, e al quale piace la vita larga e l'abbondanza delle cose sensuali, e predica e lauda la carità, fuggitelo e abbiatelo per sospetto; e la sua carità non crediate sia vera carità, ma più presto carnalità e amor carnale e sensuale; perché la carità non può stare in noi senza le altre virtù necessarie, e specialmente senza le due predette, cioè orazione e povertà."

Bernardino Palli d'Asti costruisce la fisionomia del frate cappuccino sul trinomio: povertà, orazione e carità. Dove la carità, quale virtù teologale, è il perno ed il principale fondamento sia della vera orazione che della vera povertà, mentre l'orazione e la povertà, unite all'osservanza integrale della Regola, sono i segni concreti e riscontrabili dell'autentica carità. La carità, cioè la carità-virtù, non può rimanere nascosta e deve esplodere nella carità fraterna, cioè nella pratica dell'amore fraterno.

"Adunque la continua sollecitudine, e specialmente della santissima povertà, sono i verissimi segni della carità vera e non finta e delle altre virtù. E se vedrete un frate cappuccino non essere osservante e zelante dell'integra osservanza della santissima povertà, abbiate sospetta la sua orazione, abbiate sospetto il suo zelo per la povertà. Perché abbiamo visto alcune dei frati ne' quali pareva che fosse alcun zelo di povertà; e dopo si sono pentiti e ritornati alla via larga; dei quali non appartiene a noi giudicare. Ma credo che la principal causa, che sono rovinati, sia l'essere stato la carenza dell'umile orazione."

L'ammonizione di Bernardino Palli d'Asti tende a richiamare l'osservanza della povertà che è non solo il non possedere ma è provvisorietà, semplicità di vita, capacità a lasciare i luoghi, a non rimanere legati sempre alle stesse persone è trasparenza di vita che lascia vedere lo spirito con il quale si agisce eliminando quelle doppiezze che nella prima parte della lettera ha così ripetutamente sottolineato. E il suo rimarcare non poteva che portare alla memoria la ancor aperta ferita provocata da Bernardino Ochino.

In concreto Bernardino Palli d'Asti ha presente non solo la povertà personale, ma una povertà che doveva risplendere soprattutto nelle abitazioni. Le esigenze concrete della vita, frati anziani, malati, deboli, o le mutate condizioni ecclesiali: preparazione accademica per i giovani candidati, assunzione dei decreti conciliari, faceva cadere sotto i colpi dell'amore fraterno e dell'obbedienza alla Chiesa. Tutto ciò appariva agli occhi di Bernardino Palli d'Asti un vero e proprio tradimento della prima forma di vita dei cappuccini.

"Chi dunque vuol essere sicuro, quanto conviene al presente stato, abbia dell'uno e dell'altro il segno. E siate certissimi che, siccome la casa mai può stare in piedi mancando il fondamento, così noi mancando dell'integra osservanza della santissima povertà. Iddio permetterebbe che la nostra congregazione andasse in rovina. E guai a quei frati cappuccini, i quali cercano di allargare il viver nostro! E in verità non sono frati minori di San Francesco, ma più presto di Frate Elia; e, come dice l'Apostolo, nemici della croce di Cristo, Dio nostro, e distruttori della nostra congregazione"

Il suo "guai", come già abbiamo accennato, segno delle tensioni che muovono all'interno dell'Ordine, ma mai rifiuto dell'obbedienza alla Chiesa, porteranno la sua generazione ad una resa nostalgica davanti alle nuove generazioni che crescevano all'interno dell'Ordine. Non che il nuovo modo di vivere la povertà fosse meno eroico. La nuova generazione di frati, condensabile nelle parole e nella figura di Mattia Bellintani da Salò rimarcava che pur nello "nell'ordinario vivere" i cappuccini potevano vivere le strade della santità.

" Pertanto esorto e prego ognuno di voi, quanto so e posso, che siate molto solleciti all'umile e devota orazione, pregando cordialmente il Signore che ci doni e accresca e continui le sane virtù, e specialmente la santissima carità e povertà, le quali con l'orazione, sono molto necessari e preziosissimi ornamenti del frate minore; senza le quali non può alcun frate cappuccino essere grato a Dio, né sperare di poter entrare alle perpetue nozze del divino e celeste sposo. Il quale tutti vi benedica e vi conservi sempre in grazia sua, in santa pace.

Dal luogo di Castrogiovanni, VII Iunii 1548
Tutto vostro il generale de' cappuccini
fr. Bernardino d'Asti".

CONCLUSIONE

La Lettera circolare della Congregazione nel cui sottofondo ci sembra di ascoltare la preoccupazione per la crisi che ha investito la vita religiosa e il cui segno più evidente è la mancanza di quella gioia che la dovrebbe caratterizzarla propone una lunga serie di considerazioni a partire dalle parole di papa Francesco e indica dove occorre impegnare non la sola riflessione, ma l'azione concreta.

Riconosciuta la bellezza della chiamata e fatta scaturire la gioia, il movimento non potrà che essere quello dell'uscire per incontrare l'uomo e dire la "nuova Parola". La lettera di Bernardino Palli d'Asti scritta nel momento del passaggio da un generazione all'altra, evidenzia la tensione che animava i frati nel vivere l'obbedienza alla Regola e a rimarcare quanto era stato vissuto storicamente da una generazione di frati .

Povertà, preghiera, carità sono i capisaldi strettamente legati e interdipendenti fra di loro che Bernardino Palli d'Asti indica come fondamentali per riconoscere il vero frate cappuccino. Dove la carità è la virtù che tutto muove mentre la preghiera e la povertà sono espressione concreta della carità.

La carità-virtù muove la preghiera e la povertà e contemporaneamente la preghiera e la povertà fanno crescere la carità. Più forte è l'amore più viva è la povertà e più forte è la preghiera. Dimensioni del cappuccino del primo cinquecento irrinunciabili per il cappuccino del terzo millennio.

Última modificação em Quinta, 11 Dezembro 2014 07:31